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Invasori o imprenditori?

Intervista-inchiesta al vinicoltore Bernardo Piazza

Invasori o imprenditori?

Intervista-inchiesta al vinicoltore Bernardo Piazza

Trattiando l’argomento degli impianti di frutteti o vitigni a produzione intensiva, noi bellunesi ci incavoliamo di brutto, per difendere il nostro ambiente che riteniamo “incontaminato”, accusando uno stato di insofferenza per esser stati defraudati di qualcosa. Anche la nostra rivista ha sostenuto e sostiene la battaglia a favore di una coltura buona, pulita e in armonia con il nostro ambiente. L’articolo “Vini e Ville in Valbelluna”, pubblicato nel numero di agosto, ha aperto un dibattito. Per questo motivo siamo andati a intervistare uno degli imprenditori che nell’ultimo decennio ha investito in Valbelluna nei vigneti: Bernardo Piazza di Vidor di Treviso.
VALBELLUNA ESPOSTA AL SOLE
Quali sono state le motivazioni che hanno spinto gli imprenditori di Treviso a investire nel Bellunese?
Due sono i punti fondanti. Uno di carattere ambientale: con i cambiamenti climatici la Valbelluna si presenta come un territorio favorevole, umido con frequenti precipitazioni, un clima giusto per piantare viti per vini spumanteggianti. Inoltre, la Valbelluna ha un orientamento est-ovest che è favorevolissimo all’esposizione della luce del sole da 6 ore invernali a 12-14 ore di luce estiva, elemento fondamentale per la vite; c’è un fiume centrale che crea un microclima favorevole, tutte condizioni di risonanza agronomica che presagivano vini di qualità. Solo la Valtellina ha un favorevole orientamento simile, mentre la valle dell’Adige, con un orientamento nord-sud, produce vini più crudi dovuti a un’insolazione da 3 ore invernali a massimo 5-6 ore estive. Secondo punto: nel 2007 fummo invitati da due politici bellunesi, Franco Roccon e Giampaolo Bottacin, a costruire un progetto che prevedesse l’acquisizione in Regione del Veneto di 2-300 ettari di licenze anche gratuite per piantare vino prosecco in Valbelluna, trainato da avviati imprenditori trevigiani, per favorire una giovane imprenditoria locale a continuare e progredire nella coltivazione, il tutto per dare una spinta all’economica agricola locale.

Parliamo di quantità di vitigni che già negli anni 50 e 60 contavano un’estensione nel Feltrino di circa 1000-1200 ettari, che si caratterizza perlopiù in filari chiamati “piantade o cavedin”, tipici di un’economia di sostentamento; attività questa che si concretizzò mai nella costituzione di una cooperativa di produttori, come in altre parti nel Veneto, a causa anche del disastro del Vajont, che ha portato un’economia di tipo industriale, sottraendo all’agricoltura parte della manodopera disponibile. Attualmente in provincia di Belluno ci sono 160 ettari di nuova piantumazione, di questi 70 sono nostri.

VITIGNI AUTOCTONI
Nel 2008 abbiamo piantato prosecco a Limana; a Trichiana abbiamo messo a terra vitigni anche trentini come Müller-Thurgau, Traminer o Pinot Nero, Moscato; mentre nel 2019 a Pez di Cesiomaggiore e Salmenega di Santa Giustina abbiamo piantato ancora Traminer, ma soprattutto vini autoctoni feltrini come la Pavana, Turchetta, Bianchetta oltre a Rizling, Chardonnay; questo per creare un’entità bellunese di tanti vitigni e non un monoprodotto come il prosecco valdobbiadenese.

VALBELLUNA TERRA DI SPERIMENTAZIONE
Dopo otto anni di prosecco Centore, abbiamo capito che il prosecco bellunese non viene migliore di quello di Valdobbiadene né peggiore di quello di Conegliano, ma è diverso grazie alle differenti caratteristiche del terreno, che sviluppano un vino con più acidità, non fruttato, ma sa di fiori, come il glicine. È un vino più longevo, si mantiene anche oltre i classici 12-18 mesi, periodo dopo il quale il prosecco valdobbiadenese “crolla”, mentre questo prosecco bellunese vive anche due anni se non addirittura tre, mantiene la sua fragranza 18 mesi in più.

La sperimentazione che vorremmo fare in futuro è realizzare un prosecco con il metodo classico “champenois” con fermentazione in bottiglia e adoperare il solo prosecco di Belluno perché ha tutte le caratteristiche per essere un grande classico. La zona C1, in cui Belluno è compresa, può fregiarsi della denominazione IGT Dolomiti.

Ora, la provincia di Belluno ha un suo prosecco con qualità organolettiche ben definite; la sfida è che questo territorio consumi un suo prodotto che ha un gusto tutto suo, un vino con “la paternità delle Dolomiti e la maternità del Piave”.

CLIMA BUONO TERRA A BASSO COSTO
Abbiamo la sensazione che l’imprenditore trevigiano venga in Valbelluna perché c’è tanta disponibilità di territorio (anche incolto) che si può avere a basso prezzo. Un patrimonio che la gente bellunese svende a baso prezzo. Cosa ci dice a proposito?
Non c’è una grande disponibilità, quello che abbiamo impiantato lo abbiamo cercato con fatica; la gente non vuol vendere, piuttosto affitta. A proposito di terreno incolto, la viticoltura porta la bonifica, i drenaggi, la pulizia; dove ci sono i vigneti, le nostre colline non hanno problemi di frane perché il vigneto crea un assorbimento degli scrosci d’acqua, è fatto per tutelare l’aspetto del territorio.

Quali ricadute economiche?
Non riusciamo a trovare dipendenti; la carenza di manodopera è un problema nazionale, ma in Valbelluna ho assunto tre pakistani e non ho trovato alcun giovane del posto disponibile; noi abbiamo bisogno di creare un nucleo bellunese di 5-6 lavoratori, ma non trovo nessuno.

LA CANTINA IGT DOLOMITI A SALMENEGA
Vorremmo fare una cantina per tutti i vini bellunesi, che potrà fregiarsi dell’IGT Dolomiti, posta in destra Piave, dove esisterà una pista ciclabile con valenza europea, perché ha una percorrenza di traffico superiore alla sinistra Piave. La Valbelluna, con l’avvento delle Olimpiadi di Cortina, sarà una zona frequentata da turisti, io spero che ci sia un impulso nelle famiglie e nelle persone che possano convertire le vecchie case in spazi di accoglienza con camere, bed & breakfast; creare un clima di accoglienza in sinergia con produttori locali, gestori di malghe, ecc. Un’azienda agricola con una cantina con tutto il ciclo di trasformazione, un negozio di vendita, dove si trovino oltre alle bottiglie, il miele, il pane, i formaggi di malga, i fagioli, una bottega del territorio, uno spazio per il ricevimento delle persone.
Vorremmo recuperare e bonificare il fabbricato ex Feredil/Bacco, anche se è una zona con molti vincoli Sic e abbiamo molte difficoltà.

TRATTAMENTI.
La Valbelluna è una zona molto piovosa, quindi necessiterà di maggiori trattamenti?
In Valbelluna facciamo lo stesso numero di interventi come a Valdobbiadene. Il mondo della viticoltura sta andando verso il Sqnpi (Sistema di qualità nazionale di produzione integrata) con più attenzione e molti più controlli. In Valbelluna noi trattiamo con l’impianto a recupero di prodotto, che evita la deriva delle sostanze; i prodotti che si danno alla vite sono tutti prodotti degradabili. Approfitto per segnalare che spesso la gente comune acquista nei supermercati verdura come lattuga e pesche che provengono dalla Spagna, paese dove determinati prodotti chimici, come il Confidor, sono erogati anche cinque giorni prima della raccolta. In Italia c’è molto più controllo.

E a proposito dei vini piwi, che hanno la caratteristica di essere vitigni resistenti, dopo 4-5 anni devono essere trattati come gli altri; l’importante è usare prodotti di sintesi a base di carbammati che si neutralizzano con il sole e la pioggia, contrariamente al verderame a base di metalli che impiega anni prima di essere neutralizzato.
Quello che voglio trasmettere agli abitanti della Valbelluna è che abbiamo fatto impianti di filari dove è possibile entrare con le macchine a recupero; questo significa che se a Valdobbiadene uso “cento” di sostanza per fare i trattamenti, in Valbelluna con il sistema del recupero, ne uso la metà.
Le attrezzature a recupero si usano dopo il terzo anno; nei primi anni, quando il vitigno e piccolo, si usano ancora gli atomizzatori a spruzzo.

NON FACCIAMO USO DI GLIFOSATI
Nei nostri impianti, inoltre, non facciamo uso di glifosati per diserbi, noi siamo contro i glifosati, anche se non è bandito dalla legge. Segnalo invece che nelle coltivazioni di mais, l’uso del glifosato è molto comune. Insieme a tutti i produttori locali dobbiamo trovare un percorso di crescita del territorio, dobbiamo essere vinicoltori professionali, attrezzati, per dare il massimo di sicurezza all’ambiente e a chi ci vive dentro all’ambiente. Quella che è stata fatta in Valbelluna, anche da altri imprenditori, non è una coltivazione intensiva che troviamo in pianura; questa è una coltivazione d’amore e di passione. La zona del Veneto e delle Dolomiti è zona di turismo, questo è il nostro futuro.

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