In un’epoca in cui, passato Halloween, si incominciano a vedere le luminarie natalizie per strada e sugli scaffali dei supermercati compaiono i panettoni, abbiamo chiesto a Daniele Ronco, attore e direttore artistico della compagnia teatrale Mulino ad Arte di Torino, di dirci senza filtri la sua opinione sulla società odierna, dove le tradizioni appaiono a volte fagocitate dal consumismo. L’invito alla riflessione sul nostro stile di vita è, infatti, uno dei temi del suo spettacolo “Mi abbatto e sono felice” presentato il 1° novembre a Feltre per celebrare la riapertura del Teatro de la Sena.
Daniele, partiamo così: che cos’è il Natale oggi?
Una gigantesca macchina per farci spendere. È il periodo dell’anno in cui tutti fingiamo di essere più buoni, ma l’unica cosa che aumenta davvero è la percentuale del PIL. Il “Natale spirituale” è morto, e noi ne celebriamo il funerale comprando regali inutili e riempiendo le farmacie di antiacidi per digerire il pranzo. Ormai viviamo sotto una “dittatura del regalo”. Dire «Non te lo faccio» è diventato quasi un reato sociale. Ma il regalo obbligato è la morte dell’affetto.
Spesso ci comportiamo al contrario di ciò che predichiamo. Andiamo a messa, facciamo la beneficenza, poi buttiamo via tonnellate di cibo. È quasi grottesco. In realtà è un esempio per raccontare in realtà tutto l’anno: Carnevale, Pasqua, Ferragosto, Halloween… Viviamo purtroppo una malattia del benessere: c’è troppo di tutto e anche le tradizioni vanno a perdere qualsiasi tipo di significato.
Nel tuo spettacolo rievochi una comunità perduta. Non è nostalgia da cartolina?
No, è realtà. Io sono cresciuto in una borgata, nei pressi di Pinerolo, dove “non esistevano i cancelli”. Ho imparato dal nonno, che poi mi ha ispirato nella scrittura dello spettacolo, a vivere al ritmo della natura in un tempo molto più dilatato e con dei momenti di noia, di silenzi: fino a dieci anni, ad esempio, non sapevo cosa volesse dire consumare qualcosa che non fosse di stagione, era normale. Il tempo, l’anno, era scandito dalla natura e la vita quotidiana si basava sui rapporti di vicinato. Oggi l’Italia è diventata un’enorme distesa di villette con il giardino privato e rapporti sociali ridotti a citofonate civili. La comunità è evaporata: siamo tutti vicini, ma nessuno è prossimo. Siamo anche più diffidenti, più selettivi, più anestetizzati emotivamente.
Il tuo teatro è dichiaratamente politico. Controcorrente per scelta?
Per necessità. Per me è una forma di attivismo, il mio contributo alla causa. Nessuno vuole sentirselo dire, ma il nostro modello di crescita è imploso da vent’anni. Continuiamo a venerare il PIL, quando è evidente che non misura né la felicità né la salute sociale di un Paese. Eppure, insistiamo: più compri, più vali.
Eppure, sei stato anche tu un giovane attratto dal mondo scintillante della città.
Sì, perché mi ero bevuto la favola che modernità significasse progresso. Poi ho capito che stavo solo barattando la qualità della vita con un’esistenza fatta di rumore, fretta e competizione continua. Oggi sono tornato in collina, ma la comunità che conoscevo è scomparsa. Questo pesa, e molto.
È un problema degli adulti che poi si riflette sulle nuove generazioni?
Certo, i bambini dovrebbero essere lasciati liberi di inventarsi, di annoiarsi – che è una competenza ormai rara – e non hanno bisogno di stimoli continui. Il problema non sono i bambini: sono gli adulti che li riempiono di schermi per non fare fatica. Poi a Natale spendono 500 euro in regali per compensare il senso di colpa, quando in realtà il dono più prezioso è il tempo da dedicare agli altri.
La tua arte ci aiuta a riflettere nell’ottica di un cambiamento positivo?
Lo spero. Auspico aiuti a ripartire da concetti come il migliorarsi, la meraviglia, la bellezza. Concentrarsi su ciò che abbiamo, sulle nostre relazioni, quello che dovrebbe essere la base di un animale sociale come l’essere umano.