800 038 499

Numero Verde gratuito

Email

info@ilveses.com

Il saldatore del Vajont

L’opera letteraria di Antonio Bortoluzzi

Il saldatore del Vajont

L’opera letteraria di Antonio Bortoluzzi

I protagonisti dell’ultimo libro “Il saldatore del Vajont” di Antonio Bortoluzzi, noto scrittore che vive in Alpago, sono più d’uno. Protagonista è l’acqua: l’acqua eroica del Piave “il cui ampio letto composto da sassi chiari, pietrisco, sabbie, ciuffi di vegetazione” ha fermato l’avanzata austroungarica nell’ultima grande offensiva della prima guerra mondiale. L’acqua buona che ha permesso il lavoro nei campi dei contadini dei nostri paesi di montagna e per secoli ha trasportato merci e persone su treni d’acqua, le zattere. L’acqua giocosa dei giochi di bambino al torrente proibito. L’acqua fatale che ha riempito i fiumi dopo Vaia e che, il 9 ottobre 1963, si è abbattuta sulla vallata come un maglio, superando lo sbarramento della diga, annientando paesi e migliaia di vite.

La seconda protagonista è la diga sorta nella forra scavata dal torrente Vajont, deposito d’acqua per la produzione di energia idroelettrica. Attraverso una visita guidata alla centrale di Soverzene, al corpo e al coronamento della diga, alla frana del monte Toc, lo scrittore racconta il lavoro dell’uomo, la sua capacità di progettare e costruire manufatti sorprendenti. Centinaia di migliaia di metri cubi di calcestruzzo per 261 metri di altezza, allora la diga più alta del mondo, il sapiente lavoro, faticoso e moderno, di più di 300 operai, vengono annientati, non dalla Natura, ma dalla scelleratezza dell’uomo. La diga, capolavoro di ingegneria, diventa una lapide.

Protagonista è, poi, l’autore stesso che racconta” il cammino in luoghi densi di eventi e stratificazioni, dove ogni piccolo segno è il testimone dell’epopea umana, tanto che si riesce ad avvertirne la pienezza. A ogni passo.”

La visita guidata fa riemergere nello scrittore, che ha vissuto quarant’anni di fabbrica all’ombra della diga, ricordi dell’infanzia, memorie di famiglia e di paese, testimonianze di persone che hanno vissuto gli anni della tragedia.

Ed alla fine di questo cammino nella tecnica e nella memoria un motivo di fiducia ci viene dalla Natura: sulla piana di Longarone vive ancora una sequoia, la Pianta Santa. Porta ancora sulla sua corteccia l’impeto dell’acqua del Vajont, ma “dentro di lei c’è ancora una linfa secolare che viene rinnovata ogni giorno, e scorre”.

Galleria Immagini

Acegli l’area tematica che più ti interessa oppure clicca sulla casa per ritornare alla Pagina Principale del sito.