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Il roccolo di Zelant

Alberi monumentali e antiche tradizioni

Il roccolo di Zelant

Alberi monumentali e antiche tradizioni

Parlare di roccoli in un periodo in cui questo tipo di caccia è scomparso è un modo per testimoniare un tipo di cultura e di tradizione che contraddistingue il nostro territorio. Il paesaggio della Valbelluna è costellato da questi impianti di cacciagione, uno ogni due chilometri di media, alcuni sono ancora ben riconoscibili, altri solo accennati. Incontriamo Gelindo Schiocchet, l’ultimo gestore del roccolo di Zelant, in comune di Borgo Valbelluna. Ha intrapreso questa attività dall’età di 16 anni, imparando il mestiere dal padre e il padre dal nonno e ha smesso solo nel 2014, accompagnato da una grande passione.
Questo roccolo appartiene alla famiglia Guarnieri, originaria di Mel, e negli ultimi anni è stato affidato alla Provincia che ha dato il compito a Gelindo di procurare uccelli da richiamo ad appassionati e a cacciatori. Era permesso catturare solo quattro specie: merli, tordi sasselli, tordi bottacci e cesene.

L’impianto di questa postazione di caccia per catturare gli uccelli migratori vivi è costituito da una struttura circondata da un colonnato di carpino bianco e faggio, ben adattabili alla potatura, a forma tondeggiante con i rami intrecciati e disposto in modo da creare vere e proprie architetture verdi dove erano installate e nascoste le reti da cattura. Gelindo, essendoci l’obbligo di togliere le reti ogni sera, ha brevettato un sistema veloce e pratico che gli permetteva di fare il lavoro in poco tempo sistemando la rete a scorrimento come fosse una tenda. Al centro del roccolo si trovano due ciliegi, un frassino e un noce a formare un boschetto, definito alberatura di posa, dove si posavano gli uccelli. Su un lato, si nota il casello, un edificio a due piani, un tempo schermato da carpini, a forma di torre. Era la postazione dell’uccellatore che attendeva il passaggio di qualche stormo migratore per entrare in azione. Il roccolo funzionava con gli uccelli di passo, alcuni in stormo altri in volo solitario, che attraversavano la provincia per arrivare ai quartieri invernali e che nei boschi di queste zone sostavano per nutrirsi e riposare. Era, con il suo impianto così strutturato e la posizione strategica, fortemente attrattivo per i migratori.

La tecnica era complessa e si tramandava di padre in figlio. L’esca era composta da uccelli vivi, posti in piccole gabbiette, che incominciavano a cantare appena avvistavano gli uccelli della stessa specie. Poiché essi cantano solo a primavera, li si ingannava tenendoli in muda, cioè al buio per due mesi e mezzo, poi li si metteva alla luce piena facendo loro credere che fosse la stagione giusta per il canto.

Gelindo partiva all’alba dopo aver caricato in macchina più di una ventina di gabbiette, ancora al buio sistemava le reti, appendeva le gabbiette e si metteva in postazione all’interno del casello. All’arrivo degli stormi lanciava lo “spauracchio”, un oggetto che serviva a simulare l’attacco di un falco. Ne teneva a portata di mano un buon numero per avere la possibilità di effettuare rapidi e molteplici lanci. Gli uccelli, in preda al panico, scappavano nella boscaglia e venivano catturati. La rete invisibile, detta “tremaglio”, era fatta di tre maglie, due rombi grandi e la maglia fine in mezzo e, quando l’uccello ci finiva contro, restava impigliato in una sacca.

In passato, quando l’uccellagione esisteva per ragioni di ordine alimentare e per motivi economici, gli uccelli catturati spettavano per il 48% al colono, per il 52%, la parte migliore, al padrone che controllava attraverso il castaldo, che non ci fossero imbrogli. Quei tempi oggi sono un ricordo, ma anche i roccoli sono stati chiusi uno dopo l’altro. Rimane la bellezza dell’impianto architettonico, elementi insostituibili del paesaggio vegetale e antropico delle nostre campagne. È auspicabile salvaguardare queste testimonianze per poterle ammirare negli anni a venire e mantenere la memoria del nostro passato.

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