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Il risveglio delle piante alimurgiche

l’importanza di riconoscerle

Il risveglio delle piante alimurgiche

l’importanza di riconoscerle

La raccolta di piante selvatiche per uso alimentare, dette anche piante “edibili” o “alimurgiche”, è una pratica che da sempre ha accompagnato l’uomo.
La scienza che studia queste piante è chiamata “alimurgia” e riconosce l’utilità di cibarsi di alcune piante selvatiche commestibili, prive di sostanze velenose o dannose per l’organismo.

Rappresentazioni di piante edibili caratteristiche della nostra vallata sono presenti in erbari del XV secolo come il Codex bellunensis. Attraverso erbari come questo e grazie al sapere popolare tramandato di generazione in generazione fino ai giorni nostri, la conoscenza e l’utilizzo delle piante officinali e alimurgiche fa ora parte del nostro patrimonio culturale.

Si guarda oggi con rinnovato interesse alla raccolta e all’utilizzo a scopo alimentare di piante selvatiche, consapevoli delle loro proprietà salutistiche e nutrizionali e dell’importanza della stagionalità e della biodiversità degli alimenti che consumiamo. Alle nostre latitudini, durante la primavera le piante si risvegliano, questo infatti è il periodo migliore in cui trovare foglie e germogli appena schiusi dalla consistenza tenera e carnosa. Tra le piante selvatiche più raccolte nel nostro territorio, citando solo alcuni esempi, ricordiamo i bruscàndoi – germogli di luppolo selvatico (Humulus lupulus), le radicèle – foglie di tarassaco (Taraxacum officinale) e gli sciopetìn – foglie di Silene vulgaris.
Soprattutto nel periodo primaverile, quando le erbe sono ad uno stadio di crescita iniziale, bisogna fare attenzione a non incorrere in pericolosi errori di identificazione di queste specie, che, se confuse con altre, possono portare conseguenze serie per la nostra salute, come l’intossicazione o l’avvelenamento.

Una specie velenosa per l’elevato contenuto di alcaloidi è l’aconito (Aconitum tauricum), che può crescere vicino ai germogli di due specie commestibili tipiche delle praterie d’alta quota: l’asparago di monte (Aruncus dioicus) o la cicerbita (Cicerbita alpina), conosciuta in dialetto come radìcio da slavìna. Le differenze botaniche tra queste specie in età adulta sono accentuate ed è quindi più difficile incorrere in errori di identificazione.

Un’altra specie molto tossica è il colchico d’autunno (Colchicum autumnale), contenente in tutta la pianta e soprattutto nel bulbo e nei semi una molecola molto velenosa, la colchicina. Questa specie cresce in prati falciati umidi, radure boschive, boschi molto aperti di latifoglie e può venire erroneamente raccolta in

primavera per il consumo delle foglie o del bulbo, perché scambiata con l’aglio orsino (Allium ursinum). In tarda estate/autunno invece può essere confusa con lo zafferano (Crocus sativus). È bene ricordare che le foglie di aglio orsino, dal caratteristico odore agliaceo, sono confondibili anche con il mughetto (Convallaria majalis), un’altra specie velenosa caratteristica dei margini boschivi.

Altre due specie da non confondere sono la robinia (Robinia pseudoacacia) e il maggiociondolo (Laburnum anagyroides). Queste due specie a volte possono trovarsi nello stesso habitat e fiorire in periodi simili; i fiori dell’acacia sono penduli bianchi, molto profumati (è una specie mellifera) ed edibili mentre quelli del maggiociondolo anche se molto simili, sono gialli, meno profumati e tossici perché contengono l’alcaloide citisina.

Concludiamo invitandovi a non raccogliere le specie spontanee se non avete la preparazione necessaria, ma ad imparare ad identificarle con l’aiuto di qualche esperto o frequentando un corso di riconoscimento per poter godere delle loro proprietà e dei loro sapori o semplicemente per godervi la loro bellezza durante le passeggiate primaverili.

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