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Il Regolatore

UN RICORDO indelebile di guerra

Il Regolatore

UN RICORDO indelebile di guerra

Anno 1945, piena guerra. Una mattina verso le 10, io ero nel corridoio, improvvisamente si spalancò la porta e entrò un gruppo di soldati tedeschi. Il nonno Calvani sbiancò, conosceva il tedesco: lo aveva imparato in Germania dove faceva l’orologiaio, lo comprendeva, lo parlava e capì subito quello che stava succedendo.

Il comandante parlò con il nonno, era autoritario, disse alla mamma e al nonno di portare lui e i suoi soldati ai piani superiori. Io restai al piano terra con la nonna Rosina ed altri tre, quattro soldati tedeschi, che giravano nelle altre stanze controllando e facendo aprire tutto alla nonna; io li seguivo. Quando arrivammo in cucina il soldato che dava ordini, lo ricordo come fosse ieri, fece il giro della tavola fermandosi davanti al “regolatore”, un orologio a pendolo che il nonno chiamava così perché serviva a regolare tutti gli altri orologi che aggiustava.

Lo osservò e disse alla nonna, spiegandosi alla meglio, che l’orologio era molto bello, se il comandante lo avesse visto lo avrebbe rubato e quindi era meglio nasconderlo. La nonna mi disse: «Luciano, verdi la bratadora» (una specie di cassapanca in cui veniva riposta la farina, ma di farina in quel periodo non ce n’era).

Allora io la aprii e la nonna veloce vi nascose l’orologio. Così l’abbiamo salvato grazie al soldato tedesco che ci aveva anche fatto capire che il comandante era una persona crudele, dicendo: «È cattivo quello», mentre il suo compagno con il fucile mimava che sarebbe stato da fucilare; all’epoca avevo sette anni e non avevo compreso quanto avessero rischiato.

Nel frattempo il comandante perquisì la casa e requisì tutte le macchine fotografiche di mamma e di nonno che facevano i fotografi. In soffitta trovarono una quarantina di motori elettrici che il nonno custodiva per fare un piacere all’amico industriale Corona di Belluno. Portarono via tutto, caricandolo su un carretto e, portato il maltolto nel bar del paese, attesero un loro camion e ci costrinsero a seguirli. Il nonno nel frattempo chiese al comandante di poter fare una telefonata, usando il telefono privato del bar, l’unico che c’era in zona; chiamò l’amico Corona spiegando quello che stava succedendo.
L’industriale, com’era a quel tempo, era costretto a lavorare per i tedeschi, così intervenne grazie alle sue conoscenze contattando i superiori. Il comandante tedesco ricevette una telefonata da qualcuno in alto, sbraitò qualcosa e se ne andò con tutta la truppa, lasciandoci lì con tutte le nostre cose. Se il nonno non avesse trovato il suo amico Corona al telefono ci avrebbero deportati: eravamo io, la mamma, il nonno Calvani e la nonna Rosina. Il motivo della perquisizione era il fatto che la mamma e il nonno erano costretti a fare le foto per i documenti falsi ai partigiani; in qualche modo i tedeschi ne erano venuti a conoscenza. Se non trovarono niente fu perché, conoscendo il rischio, le foto venivano fatte, sviluppate, consegnate e le lastre di vetro distrutte e frantumate subito, tutto la notte stessa nel torrente vicino.

A distanza di una decina di giorni dalla perquisizione, la nonna aprì uno dei due cassoni che si trovava in camera sua. Con un sobbalzo si accorse che in bella vista c’era un caricatore con circa una quindicina di pallottole, messo lì da mio zio Rugoletto all’insaputa di tutta la famiglia. Lo zio era tornato a casa qualche tempo prima in licenza; ricordo bene che era stata l’ultima volta che lo avevo visto, poi sapemmo che era morto in Germania in un campo di lavoro gli ultimi giorni della guerra. Quando la nonna raccontò al nonno quello che aveva trovato, lui impallidì perché i tedeschi fortunatamente avevano aperto l’altro cassone.

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