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Il Paesaggio del cuore

Racconto vincitori cat. Adulti “Sospirolo tra leggende e misteri”

Il Paesaggio del cuore

Racconto vincitori cat. Adulti “Sospirolo tra leggende e misteri”

Mio ottimo amico,
dipingere è il mio modo di stare al mondo. Mi appaga e mi strega, ma mi estenua. Dopo aver disegnato per ore i bozzetti della Re d’Italia, la grande nave da guerra che mi ospita, riposo in cuccetta, i vestiti incollati al corpo per l’afa, e penso a Voi, che mi avete visto crescere come uomo e come artista. Presto dipingerò la nostra vittoria per mare. Siamo molto più forti e attrezzati del nemico, sostiene l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano -divisa impeccabile, favoriti folti e marcato accento piemontese- convinto che la sua formidabile corazzata, costruita in America, sia i-naf-fon-da-bi-le. Domani, all’alba, sussurrano gli ufficiali, finalmente punteremo su Lissa, base del nemico.

Studio i colori e le ombre del mare, ansioso di servire la patria con tavolozza e colori! Offrire il mio punto di vista su un paesaggio mobile, frastagliato e cangiante come quello costiero, dar voce al mare e tradurre sulla tela l’emozione della battaglia: ecco la mia sfida. Vorrei avervi accanto, caro maestro, per usufruire dei consigli preziosi di chi, come Voi, dipinge scene storiche! Quante volte abbiamo discusso della funzione del paesaggio nella pittura? A Venezia i soloni dell’Accademia m’hanno insegnato che si tratta di un genere a sé stante, teso a far rivivere sulla tela la natura.

Per Voi, invece, ammaliato dallo spessore psicologico dei personaggi storici, il paesaggio è, come a teatro, un semplice fondale delle azioni umane. A Venezia sono diventato un pittore prospettico, tuttavia aborro il modo di intendere la prospettiva dei miei professoroni, paladini di una rigida fedeltà ad aridi schemi geometrici. Io invece considero la prospettiva uno strumento indispensabile per cogliere gli aspetti più singolari della realtà, la luce e le suggestioni suggerite dal paesaggio. Gli accademici sono ancora fermi al glorioso passato del vedutismo veneto di Guardi e Canaletto, oppure venerano l’antichità classica e ne ripetono stancamente le forme, impegnando gli allievi a studiare il nudo, le statue e i motivi decorativi.

I loro insegnamenti sono stati preziosi, ma io ho deciso di rompere con la tradizione e di fare a modo mio. Cerco di abbracciare con lo sguardo una veduta e di esprimere nel quadro le sensazioni che toccano lo spirito. Proprio per questo motivo, l’artista dovrebbe uscire dal suo atelier ed immergersi nella natura che assume costantemente nuove forme. Chi vuol rappresentare il creato dovrebbe sforzarsi di entrare in intimo rapporto con esso, la semplice imitazione di ciò che vede non basta. L’arte della veduta, che riguardi l’opera di Dio (una marina o una montagna, ad esempio) o l’ingegno umano (un ponte o una città) non si confà ai materialisti o ai semplici imitatori, incapaci di carpire i segreti della natura. Il vero artista deve possedere una mente fervida, capace di concepire al volo l’impressione di uno spettacolo da ricreare in pittura. Rendere visibili le suggestioni che il paesaggio mi ispira, e, restando fedele a ciò che vedo, ricreare gli effetti atmosferici che la natura mi mette a disposizione: questa è l’essenza della mia pittura.

Mi piace perdermi nella natura. Per conoscerla ho viaggiato senza posa in Europa e in Oriente, nelle città e nel deserto, beandomi gli occhi di architetture e vedute.

Tra le bianche divise dei marinai, la mia camicia garibaldina è una macchia di colore acceso. «Perché rischi la pelle per un quadro?» m’ha chiesto un soldato incredulo; gli ho risposto che con la camicia rossa addosso ho conosciuto l’amor patrio, il sangue, la prigione e l’esilio. Libertà per me è dipingere, ma anche cacciare l’austriaco dal suolo natio. Ho 57 anni e non combatterò con le armi, ma col pennello. Sono un artista e un uomo libero, nulla mi spaventa.

Non tremai neanche da bambino, quando, per frequentare la scuola serale di pittura mi calai di nascosto dalla finestra perché mio padre riteneva l’arte una perdita di tempo. «Trovati un lavoro», mi diceva. La paura, se avesse cercato locanda nel mio cuore, non avrebbe trovato stanza. Pensate, Antonio, che a Roma volli volare sulla mongolfiera di monsieur Arban: nessun pittore aveva osato tanto. Sotto si succedevano valli, fonti, fiumi e mare sempre più piccoli. L’estasi artistica al cospetto di quel magnifico panorama mi rese persino dimentico del freddo, eppure salimmo fino a 3mila metri.

Viaggiatore inesausto, bramo sempre nuovi paesaggi ai quali ridare vita dipingendo. Vi confesso tuttavia che il mare, pur affascinante, mi intimidisce, resto un montanaro in cerca d’intimità con la vasta, profonda e misteriosa distesa d’acqua che studio con occhio ammirato e circospetto. Che fatica impossessarmene come pittore!

La notte scorsa ho rivissuto nel sonno l’angoscia per la morte del mio povero padre, annegato nel Tegorzo in piena. Il mio grido di orfano mi ha scosso e svegliato, ma, grazie a Dio, i fantasmi onirici si sono poi dissolti d’incanto al mattino, dopo una notte agitata, durante la quale il mare -oggi così calmo- sembrava una bocca gigantesca pronta ad inghiottire uomini e cose.

L’essere entrambi bellunesi ci lega tenacemente al meraviglioso paesaggio natio. Conoscete il proverbio Chi no vive in Val Beluna no vive in val nesuna? Cade a fagiolo perché sottolinea l’amore esclusivo che proviamo per Belluno e l’incanto d’un paesaggio che molti ci invidiano. Chi incontra la nostra città si stupisce per le architetture di sapore veneziano e per la dolcezza movimentata della campagna. Di Belluno conosco ogni pietra, potrei quasi girare ad occhi chiusi. Ad ogni ritorno mi invade una gioia selvaggia: mi sento parte di essa e, per rimpossessarmene, inizio a disegnare e a fare schizzi degli scorci, dei monumenti principali e dei borghi. Cosa c’è di più suggestivo dei tramonti invernali rosso fuoco sul Piave? Amo le aspre montagne di cui ignoro il nome ma conosco a memoria il profilo. Ognuna di esse è un mondo a sé, con i suoi boschi, i pendii erbosi, le rocce, le luci, le ombre e i colori cangianti nel corso del giorno. Non sono mai salito neppure in cima al Serva, che pure ho dipinto con attorno una cintura di nubi.

Esprimermi per iscritto per me è complicato, ma vorrei che intendeste come questo paesaggio ci seduca e ci inganni e sia l’artefice, in negativo, delle misere vite di molti concittadini. Dietro la maschera dell’idillio, si nasconde purtroppo una realtà dura e drammatica: il nostro è un suolo improduttivo e isolato, che ci costringe a una lotta quotidiana contro l’indigenza. Realizzare qui il proprio progetto di vita è spesso impossibile. La cerchia dei monti protegge e isola i bellunesi, ma impedisce loro di guardare oltre e di pensare in grande. La mia Belluno che pure mi ha costretto ad andarmene non l’ho mai odiata, resta il mio paesaggio del cuore. Essere bellunesi significa a parer mio sperimentare sulla propria pelle il contrasto tra la bellezza del sito e le difficoltà di viverci assecondando le proprie aspirazioni. Per seguire la mia stella anch’io ho dovuto lasciare -ero giovanissimo- la piccola patria e il suo ambiente sociale chiuso, nel quale le novità e i fermenti stentano ad attecchire. Mi sono sentito tradito da essa, eppure la mia mente e le mie radici sono sempre rimaste in riva al Piave. Qui vorrei tornare e morire.
Vostro aff.mo Ippolito

Ad Antonio Tessari – pittore in Belluno – Piazza Campitello

La lettera di Ippolito Caffi fu inghiottita l’indomani dal mare quanto la corazzata Re d’Italia, ignominiosamente affondata dal nemico, colò a picco. Le testimonianze concordano: durante la battaglia Ippolito, imperterrito, continuò a dipingere. Appena la nave, squarciata, cominciò ad affondare, egli, eretto nella persona, stringendo i pugni alle sartie del trinchetto, fu inghiottito dal mare, l’ultimo paesaggio che dipinse e che divenne la sua tomba.

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