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Il mulino Manfroi

a Longano di Sedico

Il mulino Manfroi

a Longano di Sedico

Il 17 febbraio 1908 Maria Elisabetta Baiolla da Cencenighe, con l’assenso del marito Antonio Manfroi di professione menadàs, acquistò alcuni terreni e il mulino posto a Longano vicino al torrente Gresal. Tra i figli, mentre uno era addetto al trasporto di cereali e farine, ad occuparsi dell’attività molitoria assieme al padre era Giuseppe (Bepi), che alla morte della madre acquistò dal padre, fratelli e sorelle il mulino restandone dal 1930 unico proprietario.

Era un opificio di tipo arcaico, dotato esternamente di due ruote idrauliche munite di cassette, anziché di pale, funzionanti a pesantór (ossia per caduta): un sistema questo che veniva usato dove l’acqua giungeva in modo irregolare o in quantità scarsa (era il peso dell’acqua che via via riempiva le cassette a far girare le ruote).

Sul Gresal, a sud dell’abitato di Maieran, era stato creato artificialmente, con pali e con lunghi e robusti tronchi, un salto di circa un metro e mezzo, la cosiddetta levàda poi distrutta dall’alluvione del 1966. Mentre i pali erano confitti nell’alveo, i tronchi, disposti trasversalmente alla corrente e coperti di tavole sistemate a formare due spioventi di cui uno a monte e l’altro a valle del torrente, provvedevano a deviare parte dell’acqua introducendola nel canale di servizio del mulino. D’estate, se c’era scarsità d’acqua, si ricorreva anche a una diramazione del canale Tasso proveniente da Seghe di Villa.

Il movimento a ciascuna macina veniva trasmesso, per mezzo di alcuni congegni, da un fus (fuso) di legno terminante all’interno dell’edificio con una ruota dentata, sempre di legno, detta scu e all’altra estremità, che restava all’esterno, con un perno di ferro (il nagói) che poggiava su un sasso del Cordevole di colore verde scuro sempre unto di sego. I palmenti (impianti del mulino) erano due: in uno si macinava il granoturco per ottenere la farina gialla, nell’altro il frumento per ottenere quella bianca. Le mole erano accoppiate: quella inferiore, fissa, era di materiale duro (granito, porfido) mentre quella superiore, che girava, era di pietra tenera di Socchèr (e perciò detta sochèra).
In un’ora, se l’acqua era abbondante, si riusciva a macinare anche un quintale di cereali.

Il trasporto del frumento, granoturco e delle farine avveniva nei primi anni a soma e, solo dopo la prima guerra mondiale, con un barroccio a due ruote tirato da un cavallo. Negli anni Quaranta del secolo scorso, quando Giuseppe Manfroi, chiamato familiarmente Bepi molinèr, già veniva coadiuvato nell’attività molitoria dai figli (per anni era stata la moglie ad aiutarlo), il mulino subì radicali trasformazioni, in gran parte effettuate direttamente dai proprietari stessi.

Innanzi tutto le due ruote idrauliche vennero sostituite da una sola più grande, sempre col sistema a cassette, costruita sul posto usando per la parte curva una pianta cresciuta storta nell’Agordino; un fuso per la ruota idraulica e ingranaggi in metallo (questi ultimi acquistati nel Trevigiano e trasportati con varie peripezie a Longano dai Manfroi stessi, usando carro e cavallo) sostituirono i precedenti in legno; mole, dette francesi meglio concepite per questa attività, soppiantarono quelle vecchie, che creavano non pochi problemi ai mugnai. Più tardi venne addirittura installato anche un cilindro per macinare il granone. Col nuovo impianto diminuiva la manutenzione mentre, nel contempo, la produzione aumentava. D’inverno la poca acqua spesso gelava nelle cassette delle ruote e allora il mugnaio doveva uscire a tagliare il ghiaccio con la scure. Non parliamo poi degli anni 1944 – 1945, quando, di giorno, i tedeschi si facevano macinare il frumento per i cavalli mentre, di notte, i partigiani venivano a prelevare farina.

Nel 1955 Giuseppe Manfroi e i tre figli Antonio, Giovanni e Silvio fecero costruire, lungo la statale Belluno – Feltre a sud dell’abitato di Sedico, un moderno mulino elettrico a cilindri in grado di macinare 4 quintali di cereali all’ora; mulino che venne poi interamente rifatto nel 1966 e portato alle notevoli dimensioni tuttora evidenti, tali da consentire di macinare 20 quintali orari di cereali (cessò di funzionare nel 2000).

Secolare è la storia del mulino di Longano; infatti un documento attesta che il 15 aprile 1504 il vescovo-conte investiva Pietro da Pelegaio (Pellegai di Mel) di una posta d’un molino in loco detto Credon in pertinenza di Longan tra questi confini: dalla parte di sopra Val Strighera, dalla parte di sotto il fiume della Piave (la Val Strighèra, che evoca antiche superstizioni ed è tuttora ben nota ai locali, si trova sulla sponda sinistra del Gresal tra Maieran e Longano).

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