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Il Madagascar con gli occhi dei giovani

Comunità povere ma felici… sotto le stelle

Il Madagascar con gli occhi dei giovani

Comunità povere ma felici… sotto le stelle

Pietro, Irene, Sveva e Serena, tutti giovani tra i 18 e i 20 anni, accompagnati da don Augusto Antoniol, hanno fatto quest’estate un’esperienza in missione in Madagascar, organizzata e coordinata dal Centro Missionario di Belluno, una realtà impotante di cui torneremo a parlare su queste pagine. Intanto conosciamo il loro racconto di questo viaggio.

Un cielo così non l’avevamo mai visto, eppure dicono che sia uguale dappertutto. Non è vero: per vederle così grosse le stelle, e così vicine, bisogna che intorno ci sia una notte perfetta. Buia davvero e silenziosa. Le stelle par quasi di toccarle qui, in mezzo a questa pianura vuota e sconfinata nella zona sud del Madagascar, accanto alla missione dove siamo arrivati dopo tre giorni di viaggio. Per fare solo 600 chilometri in realtà ma di piste sterrate a tratti non troppo lunghi, se vuoi arrivare con la schiena ancora intera. Che il mondo fosse diverso quaggiù, nell’emisfero australe al largo delle coste dell’Africa, l’abbiamo capito non appena sbarcati ad Antananarivo, la capitale.

Il fatto è che siamo partiti per fare un’esperienza in missione senza avere un’idea precisa di cos’è davvero una missione: eravamo curiosi di vedere che fine fanno i soldini che ogni quaresima da bambini abbiamo messo nella cassettina “Un pane per amor di Dio”, cosa fanno e come vivono quelli che stanno in Africa in uno dei paesi più poveri del mondo, come se la passano i ragazzi come noi.

Cerchiamo di barcamenarci tra il caos della capitale, dove ci sono gli ospedali e le scuole di un paese che ha circa 28 milioni di abitanti; si intravede un passato coloniale, ma tutto appare decisamente decadente e inadeguato alla miriade di persone che vediamo per le strade.

Partiamo per la missione di Analavoka nel Sud del paese imbarcando con noi due universitari che approfittano del passaggio per tornare a casa nel loro villaggio: la loro istruzione dipende completamente dai missionari italiani che sostengono per alcuni ragazzi e ragazze meritevoli un percorso di studio che altrimenti sarebbe per loro impensabile.

PRIMO PUNTO il nostro soldino serve per permettere ad alcuni ragazzi come noi di fare qualcosa che in Italia fanno tutti: studiare, almeno fino alle scuole superiori.
Nei tre giorni di viaggio vediamo fuori dal finestrino pianure sconfinate senza tracce umane, montagne in lontananza, risaie. Molte risaie, risaie ovunque. Ci spiegano che un tempo c’era la foresta, disboscata in epoca coloniale. Ora le risaie sono la più importante risorsa per le zone povere dell’isola, quelle lontano dai resort meta dei turisti europei. Per tutto il nostro soggiorno abbiamo mangiato riso e poco altro offertoci nei villaggi che abbiamo visitato.

SECONDO PUNTO: in Africa magari non si muore di fame, ma ci si accontenta davvero di poco. Lungo strada abbiamo visitato un orfanotrofio, gestito da una delle molte congregazioni di suore che lì fanno da infermiere, assistenti sociali, maestre, badanti, in strutture dove accolgono bambini allontanati dalle famiglie che non hanno i mezzi per mantenerli, o perché hanno qualche handicap, o semplicemente sono in qualche modo diversi dagli altri.

TERZO PUNTO: i nostri soldini servono a comperare le culle e a mantenere chi altrimenti non avrebbe al mondo alcuna possibilità. Arrivati alla missione conosciamo don Francesco, sardo, missionario diocesano, parroco di una sterminata parrocchia di villaggi spersi nella pianura. È lì da 9 anni, ed è l’autorità di riferimento: perfino i briganti ai posti di blocco lo fanno passare; come le suore del resto, perché sanno che, attraverso i cristiani, la gente può avere un po’ di istruzione, sanità, cura. Lo seguiamo nelle visite soprattutto a piedi, e ogni volta veniamo accolti da una festa di sorrisi che vengono ad onorare i pochi ospiti che si avventurano fin laggiù. Partecipiamo alle messe, che durano ore e sono un tripudio di balli e canti, di gioia autentica. A Isifotra ci fanno perfino fare le prove per essere perfetti nei movimenti. Ci regalano cappelli di paglia e parei, loro che non hanno nulla, ma nulla davvero. A don Augusto, che di Africa se ne intende essendo stato missionario per oltre vent’anni, luccicano gli occhi per la nostalgia, per queste feste di bambini e di comunità che da noi ormai è impossibile vedere. I bambini parlano malgascio e noi no, ma basta tirar fuori un roverino (gioco scout nel quale ci si passa una specie di cerchio) per vedere una selva di braccia, risate, gambe che danzano nella polvere.

QUARTO PUNTO: per essere felici serve davvero poco. Torniamo a malincuore alla civiltà dopo un soggiorno troppo breve, e già ci mancano tutti.

QUINTO PUNTO: non abbiamo visto i lemuri del cartone animato che vedevamo da bambini (celebre la scena del lemure che canta “I like to move it”), ma in Madagascar c’è molto di più: comunità povere ma contente, un cristianesimo diverso ma autentico, e stelle come non le avevamo mai viste.

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