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Il lungo viaggio

Il racconto vincitore sez. Giovani “Sospirolo tra leggende e misteri 2022”

Il lungo viaggio

Il racconto vincitore sez. Giovani “Sospirolo tra leggende e misteri 2022”

Acqua, fulmini, saette, una tempesta devastante. Successe tutto in un attimo. Ma il giorno dopo già risplendeva il sole che accecò il piccolo Ardo, appena nato. Come prima cosa egli vide la maestosità di una parete rocciosa, la madre Schiara, che con la punta del suo dito reggeva Cielo, che sembrava quasi volesse avvolgerla. Il San Bernardo Terne abbaiava e scodinzolava, cercando di attirare la sua padrona e facendo divertire un mondo il piccolo ruscello che qualche volta usciva dai suoi argini dal ridere. Ardo era felice e spensierato come tutti i bambini della sua età, ancora ignaro del lungo e faticoso viaggio che avrebbe dovuto affrontare… Era bellissimo per lui poter vedere tutto il paesaggio circostante, gli alberi, gli animali, e soprattutto le montagne: la sua casa. Alzava sempre gli occhi curiosi verso Cielo sperando di intravedere anche solo un piccolo sperone di roccia che gli avrebbe subito ridato la carica per continuare il suo cammino.

Era tutta una melodia attorno a lui, una canzone armoniosa che a volte lo faceva addormentare: la famiglia Fringuelli, con il suo rilassante cinguettio, rappresentava il coro; il fruscio delle foglie formava la base; lo scorrere dell’acqua l’accompagnamento; e, come solista, la voce tonante del silenzio. Lungo la sua strada gli capitò di incontrare un altro torrente, come lui inesperto, ma con tanta voglia di imparare. Conobbe infatti Medon, che, timido, gli fece una richiesta: “Sei diretto verso Piave, non è vero? Potrei venire insieme a te?”. Ardo accolse la proposta e i due si unirono continuando un viaggio che insieme sarebbe stato molto più divertente.
C’era una cosa che proprio gli faceva drizzare i sassi sul fondale: il bosco la notte! Cercava di coprirsi per non farsi vedere, ma quello che succedeva nella radura non passava di certo inosservato.

Quella notte scoprì una magia che solo la natura poteva creare: la sua casa si risvegliava, come se di giorno la presenza di Uomo non glielo permettesse…
Vento, così forte e continuo, faceva sventolare la chioma delle querce che, infastidite durante un rilassante pisolino, tiravano fuori le loro radici in cerca di un colpevole da schiaffeggiare.
I massi, appollaiati qua e là nel bosco, percepita la tensione nell’aria, si risvegliavano mostrando la loro vera forma: degli uomini belli robusti con degli addominali scolpiti di roccia, letteralmente! I ricci, che tranquillamente erano distesi a pancia in su a prendere la luce lunare sopra di loro, finivano per cadere a terra dallo spavento improvviso, mostrando affilati aculei che sparavano in aria a raffica. Civetta, dal ramo più sommo della foresta, controllava la situazione come un’imperatrice che dalla terrazza del suo palazzo osservava una battaglia, indifferente; il viso schiacciato e tozzo conteneva dei grandi occhioni fluorescenti con delle pupille nere color pece che illuminavano il suo piccolo becco grigio arrotondato.
Le ali, sistemate perfettamente sulla schiena, e le piume, bianche e castane, sembravano essere state appena pettinate: non ce ne era una fuori posto!
Il piccolo falco Pellegrino, nascosto dietro un arbusto giallognolo, con il suo becco ocra affilato, guardava il nulla, concentrato nell’osservare una cosa ad Ardo ignota.
“Cosa mai starà
guardando?”. Si
domandavano Ardo
e Medon.
GNAM! Uno scatto fulmineo gli fece perdere alcune penne e giù, a gran velocità, per affondare il becco aquilino nella carne succosa e prelibata di un gracile topo selvatico colto alla sprovvista. Povero topolino… quel giorno vide, come sua ultima scena, un rapace che lo divorava affamato!

La notte era lunga e Ardo non si poteva fermare, doveva incominciare a capire che quelle cose inquietanti e truci facevano parte della normalità.
Queste scene infatti si ripetevano ogni notte e lui, tremante, proseguiva lentamente. Ma oltre a tutte queste cose che lo traumatizzavano, egli imparò anche ad osservare le bellezze che la natura aveva da offrirgli. Come ad esempio i fiori che, come gnomi, spuntavano dal terreno timidi, prima di sbocciare in una valanga di colori invidiabili: il giallo acceso dei denti di leone, il color fucsia pastello delle primule e il viola intenso delle campanule. Facevano sembrare il terreno un gigantesco bouquet.
Un giorno re Cervo, dalle corna imponenti, lentamente e a passo tranquillo, si avvicinò ad Ardo che incominciò a irrigidirsi. Il suo pelo marrone scuro si mimetizzava perfettamente con gli alberi intorno e le sue orecchie, appena udito anche solo lo sbadiglio impercettibile di un tasso, oscillavano come la coda di un cane. Cervo chinò la testa e aprì la bocca. Ne uscì una lingua chilometrica, che posò sull’acqua, bevendone un sorso. Un solletico incontenibile fece smuovere Ardo scoppiato in una risata contagiosa!

I giorni continuavano a passare e la meta sembrava più lontana ogni metro percorso. Scorrendo nel suo letto, rimase a bocca aperta quando vide che una parte della sua acqua aveva assunto un colore più rossiccio, quello del sangue! Non fu un incontro molto sereno, dal momento che il suo urlo rimase impresso nella cascata Farsora! La sua grande amica Trota, dagli occhi vispi e dalle squame ambrate, era rimasta incastrata in una bottiglia in vetro tagliente che le aveva lacerato la pelle, condannandola ad una morte che certamente si sarebbe potuta evitare. Fu un momento difficile per Ardo che scaricò tutta la sua rabbia grattando voracemente qualunque cosa incontrava, formando ampi canali nella roccia, come se volesse scappare. Non era ancora finita però, c’era ancora una cosa che il giovane torrente doveva conoscere: Uomo. Aveva già avuto modo di incontrarlo lungo il suo percorso, ma mai come in quel momento ebbe l’occasione di mostrarsi ad una grande città come Belluno. A Borgo Prà, il primo edificio che vide fu il campanile rosso scuro della Chiesa di Santo Stefano. Poi, un’infinità di case gli tolsero il respiro per qualche secondo. Si dimenticò per un attimo della terribile scena a cui aveva assistito poco prima con la morte di Trota, incantato da un mondo tutto nuovo di cui non sapeva neanche l’esistenza.

Il sorriso riaffiorò sulle sue acque quando vide delle specie di cerbiatti eretti (così definì gli umani) che camminavano sul Ponte della Paglia indicandolo felici. Proseguì per qualche chilometro osservando le differenze che notò subito tra il suo mondo e quello di Uomo. Si dovette tappare le orecchie non essendo abituato al rumore delle automobili. Preferiva certamente le montagne! Alzò lo sguardo verso Cielo pensando di aver visto la parete scoscesa di sua madre Schiara. Ma non si trattava di una montagna! Quello era il duomo di Belluno, con il suo imponente campanile verde acqua. Se ne innamorò perdutamente!

Tutt’ad un tratto, incominciò ad acquistare velocità, impanicandosi. Pensò si trattasse dell’emozione nell’aver conosciuto Uomo, ma poi capì: stava arrivando in un momento della sua vita molto importante, quello in cui si sarebbe unito a Piave! Finalmente! Avrebbero potuto continuare assieme il loro viaggio, l’uno dentro l’altra, e chissà dove il loro corso li avrebbe portati! Certamente avrebbero avuto davanti a loro tante cose belle! Forse, sarebbero diventati davvero grandi… come il mare!

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