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Il latte prezioso

La storia delle nostre balie che hanno allevato l'aristocrazia

Il latte prezioso

La storia delle nostre balie che hanno allevato l'aristocrazia

Nei primi decenni del secolo XIX, dalle zone prealpine della provincia di Belluno, specie dal Feltrino, prende corpo un particolare tipo di emigrazione verso le principali città italiane: quella delle balie da latte. In cambio di adeguati compensi, molte giovani madri offriranno il proprio latte sostanzioso ai neonati dell’aristocrazia e della borghesia. Questa emigrazione, strettamente legata ai cicli riproduttivi, all’abbondanza e alla bontà del latte, sul finire dell’Ottocento comincia ad assumere proporzioni preoccupanti, suscitando le ire degli ambienti clericali, che nella stampa locale non facevano che esprimere la loro riprovazione contro “la baliomania” delle contadine, ritenuta veicolo di pericolosi cambiamenti di mentalità.

Le giovani nutrici devono rispondere ad alcuni requisiti fondamentali: aspetto sano, latte copioso e nutriente, condotta morale irreprensibile.

Le donne lasciano il proprio bambino di pochi mesi ai parenti o ai conoscenti: all’angoscia del distacco si associa la preoccupazione del cambiamento di alimentazione che può provocare nel piccolo malattie gastrointestinali, talvolta così da portare alla morte. La futura balia, addolorata per l’abbandono dei figli e sofferente per la forzata ritenzione del latte durante il viaggio, appena giunta nella nuova famiglia viene sottoposta a una visita medica e a un bagno. I suoi abiti grossolani e spesso logori sono sostituiti con un abbigliamento vistoso, che rende esplicita la sua appartenenza alla categoria delle nutrici.

Durante l’anno dell’allattamento, pur riverita e ben nutrita, la balia è costretta ad una sorta di libertà vigilata: non può rivedere il marito, né riabbracciare i figli, né avvicinarsi agli uomini nelle frequenti passeggiate col bambino. In una situazione del genere il legame che si viene ad instaurare con il figlio di latte è comunque fortissimo e si consolida ulteriormente se la donna rimane ancora in servizio come balia asciutta, dopo l’anno di allattamento. Le balie feltrine e bellunesi hanno donato il loro latte prezioso al fior fiore dell’aristocrazia e della borghesia italiane: i Visconti, gli Agnelli, i Von Fürstemberg, i Savoia, i Borghese, i Marcello. I rampolli di queste importanti casate sono spesso rimasti in contatto per molti anni con le loro balie.

L’esperienza in situazioni sociali e culturali così diverse è indubbiamente un potente veicolo di trasformazione ideologica e comportamentale, che viene a scardinare il ruolo tradizionalmente assegnato alla donna nella famiglia contadina. Al rientro in paese, il problema maggiore è quello di ricucire i legami affettivi, allentati dalla lontananza, specie con i figli piccoli che non riconoscono più la madre.

Il ricorso alle balie da latte raggiunge il suo acme nel periodo fascista, quando la chiusura delle frontiere riduce l’emigrazione maschile, gettando molte famiglie in uno stato di prostrazione e miseria. In quegli anni il fenomeno del baliatico non riguarda più solamente le grandi famiglie aristocratiche e l’alta borghesia, ma anche la borghesia media. La diffusione del latte in polvere e le trasformazioni sociali contribuiranno ad accelerare la fine di questa drammatica emigrazione intorno agli anni cinquanta del Novecento.

Il Museo etnografico della provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi ha dedicato una sezione alle balie da latte, mentre nell’archivio del Museo sono conservate un’ottantina di interviste a ex-balie da latte e qualche centinaio di fotografie e documenti originali.

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