C’è un momento, al crepuscolo, quando la nebbia sale dai torrenti e le Dolomiti si tingono di rosa, in cui il confine tra realtà e leggenda svanisce. È l’ora in cui i vecchi del Bellunese abbassano la voce e raccontano storie che si tramandano da secoli, quando ancora non c’erano le strade e la montagna era un mondo a parte, popolato di creature che oggi definiremmo impossibili. Eppure, se chiedete a un pastore dell’Agordino come mai il formaggio locale sia così buono, vi parlerà dell’Om Selvarech, il gigante coperto di muschio che insegnò ai suoi antenati l’arte casearia. Se domandate alle mamme di Taibon perché vanno ancora a quella particolare fontana nella Valle di San Lucano, vi diranno che l’acqua aiuta ad avere più latte, proprio come promise San Lucano 1500 anni fa.
Le leggende bellunesi non sono favole per bambini. Sono la memoria di un territorio che ha dovuto spiegare l’inspiegabile: perché certe montagne hanno forme così strane, perché alcuni luoghi emanano un’energia particolare, perché certe tradizioni non si possono abbandonare. Ogni valle, ogni paese, custodisce i suoi segreti.
Prendiamo le Anguane, le creature più diffuse in tutto il territorio. Non sono semplici fate acquatiche: rappresentano il lato selvaggio e indomabile della natura femminile. Bellissime ma pericolose, generose ma vendicative, vivono in quella zona d’ombra tra il mondo umano e quello naturale. A Perarolo di Cadore è ancora visibile il Bus dele Anguane, una voragine dove nessuno osa scendere. Non per superstizione, dicono i locali, ma per rispetto. Perché le Anguane, con i loro piedi caprini che tradiscono la loro natura non umana, incarnano qualcosa di più profondo: il timore reverenziale per una natura che può essere madre o matrigna. La tragedia di un’Anguana sposata a un pastore, che fu ripudiata quando lui ne rivelò la vera natura chiamandola “piè di capra”, non è solo una storia d’amore finita male. È un monito sul rispetto dei patti e dei segreti, sulla fragilità dei rapporti tra mondo umano e mondo magico. Quando l’Anguana sparì, portò con sé la prosperità della valle, lasciando carestia e dolore.
Ma le montagne bellunesi non ospitano solo creature femminili. Il Mazaról, lo gnomo dal cappello rosso, è il custode dei segreti della montagna. I pastori raccontano ancora di come i loro avi lo spiarono mentre lavorava il latte nelle malghe abbandonate, rubandogli i segreti della caseificazione che ancora oggi rendono unici i formaggi locali. È una presenza ambigua: aiuta chi lo rispetta ma non bisogna mai disturbare i suoi luoghi né cercarlo. indossa scarpe a punta al contrario, in modo che le sue tracce confondano chi lo segue, e si dice che chi calpesti una sua impronta rischi di perdersi nei boschi ritrovandosi costretto a servirlo finché non viene liberato. Non è cattivo, è semplicemente altro, con regole proprie che gli umani devono imparare a rispettare se vogliono godere del suo favore e delle sue preziose conoscenze.
L’Om Selvarech porta questa ambiguità all’estremo. Coperto interamente di licopodio, quel muschio che i botanici chiamano “erba strega”, vive nelle grotte del Monte Armarolo come un eremita primordiale. La sua storia più famosa racconta di come, rifugiatosi in una baita durante un temporale, osservò disgustato un pastore pulire il latte con le dita sporche. Tornò poi con il dono del licopodio come filtro perfetto. Ancora oggi, ogni 25 aprile a La Valle Agordina, due giovani si ricoprono di muschio fresco per ricordare questo incontro che cambiò la vita della comunità.
Ma non tutte le presenze sono benevole. La Caza Selvarega terrorizza ancora le notti dell’Agordino (e non solo): un’orda di anime dannate di cacciatori che preferirono la preda alla preghiera. Chi la incontra, raccontano, impazzisce dal terrore. È la punizione per chi mette i piaceri terreni davanti ai doveri spirituali, un tema ricorrente in queste montagne dove la religiosità si mescola con credenze più antiche.
La Redosega, l’antenata terrificante della Befana, corre nella notte dell’Epifania lungo i torrenti Cordevole e Mis che, per magia, diventano strade. Con i suoi dodici figli, i Redosegòt che rappresentano i mesi dell’anno, fa sparire in nuvole di fiamme chi osa uscire a mezzanotte. Si dice che le anziane del posto ancora oggi , per tradizione, alzino la catena del focolare nella notte tra il 5 e il 6 gennaio.
Le Donaze, streghe dei boschi accompagnate dai Donacini, servivano a mettere in guardia i bambini dal perdersi nei boschi. Ma la loro presenza va oltre la funzione pedagogica: incarnano il lato oscuro della maternità, la madre terribile che divora invece di nutrire.
Anche i santi, in questo territorio, assumono contorni leggendari. San Lucano, vescovo del V secolo realmente esistito, diventa nelle storie popolari un domatore di orsi e lottatore contro il diavolo. Quando un orso gli uccise il cavallo durante il viaggio verso Roma, lui lo costrinse a diventare la sua cavalcatura, entrando nell’Urbe a dorso di belva ammansita. Nella Valle che porta il suo nome, imprigionò il diavolo sotto una cascata dopo una lotta furiosa che li portò fin sulla cima dell’Agner. La Valle dell’Inferno, la chiamano ancora.
Le montagne stesse hanno un’anima in queste leggende. Il Sorapis non è solo una cima di 3205 metri: era un re gigante che accettò di trasformarsi in montagna per esaudire il capriccio della figlia Misurina, che voleva lo specchio magico della fata del Cristallo. Le lacrime della bambina, realizzando troppo tardi il prezzo del suo desiderio, formarono il lago che porta il suo nome. I Cadini di Misurina erano asceti trasformati in pietra per sfuggire alle tentazioni terrene, le loro cime ancora protese al cielo come mani in preghiera. La Marmolada nasconde sotto il suo ghiacciaio una vecchia sepolta da una nevicata improvvisa, nel mese di agosto, per aver osato lavorare nella festa della Madonna della Neve. Le Marmarole sono governate da Tanna, regina di ghiaccio dal cuore spezzato, che regna sui Crodères, esseri senza sentimenti generati dalla roccia stessa. Dal massiccio della Schiara si innalza la Gusela del Vescovà (l’ago del vescovo), uno sperone di roccia la cui origine è avvolta nel mistero ma, secondo la leggenda, da ormeggio all’arca di Noè.
Il Castello di Zumelle, che domina la Valbelluna dal I secolo, prende il nome dai gemelli nati dall’amore tra il goto Genserico e l’ancella Eudosia, fuggiti dopo la morte di Amalasunta. Ma è anche teatro di presenze inquietanti: il conte Murcimiro, ucciso per vendetta dopo aver rapito la bella Atleta, ancora si aggira nelle sale.
La Val Scura risuona di lamenti di anime dannate travestite da vecchi. La Piazza del Diavolo sulle Vette Feltrine conserva massi enormi che sembrano scagliati da forze sovrannaturali.
Il basilisco, il re dei serpenti che uccide con lo sguardo, non è solo un ornamento nello stemma cittadino di Belluno, ma una leggenda. Le donnole che lo combattono sacrificando la vita, il gallo il cui canto lo sconfigge: ogni elemento ha un significato in questo bestiario montano dove nulla è casuale.
Queste leggende sopravvivono non solo nei racconti, ma nelle tradizioni vive. Le fontane miracolose di Belluno, più di trenta, conservano ancora fama di proprietà curative. I pastori continuano a usare tecniche antiche “insegnate dal Mazaról”. I riti (sacri o scaramantici) si ripetono puntuali.
Sono storie di confine, nate in un territorio dove la sopravvivenza dipendeva dal saper leggere i segni della natura, dal rispettare equilibri delicati, dal tramandare conoscenze preziose. In un mondo dove tutto ha una spiegazione scientifica, le leggende bellunesi ci ricordano che c’è ancora spazio per il mistero, per quel senso del sacro e del terribile che i nostri antenati conoscevano bene.
Quando la nebbia sale e l’enrosadira tinge le Dolomiti, quando il vento ulula tra le gole e i torrenti mormorano antiche storie, il Bellunese torna a essere terra di confine tra il nostro mondo e quell’altro, popolato di creature che forse non sono mai esistite, ma che continuano a vivere nell’anima di questi monti.