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Il fuoco creatore e distruttore

i vincitori del concorso letterario sospirolese

Il fuoco creatore e distruttore

i vincitori del concorso letterario sospirolese

Creatore e distruttore, formidabile agente di civilizzazione, il fuoco è in intimo rapporto col mondo contadino. Il fuoco nella pluralità delle sue manifestazioni mitiche, magico religiose, antropologiche, sociali, è stato l’oggetto del concorso letterario “Sospirolo tra leggende e mistero – XIV edizione”. Di seguito presentiamo l’incipit dei testi vincitori: i due ex aequo della sezione A (Singoli da 6 a 14 anni o lavori scolastici di gruppo) e quello della sezione B (Adulti).

DUE CUORI E UN FALÒ

Autore: Giacomo Tartini
Primo premio ex aequo Sezione A – Giovani “Sospirolo tra leggende e misteri 2023”

Giallo, rosso, arancione e nero. Poi il fumo. Bruciavano ardenti tra le fiamme. Non aveva resistito. Ne aveva preso uno, se lo era messo sotto la giacca e lo aveva portato a casa.

Il suo calore gli dava una piacevole sensazione.

Una volta giunto a destinazione, lo aveva tirato fuori. Era rosso, con la copertina ruvida e la scritta dorata era sbiadita: “Preghiere di ogn.. giorn..” non si riusciva a leggere bene tutto il titolo.

Lo aprì con cautela e lesse: “ Finito di stampare in aprile 2023”. Possibile?

Ormai era più di cinquant’anni che i mesi non esistevano più. Ne ricordava qualcuno perché da piccolo sua nonna gli cantava una filastrocca prima di dormire: “ Trenta dì conta novembre…” ma non se la ricordava più. Ora c’erano i deca, gruppi di cento giorni.

Si sedette comodo nel suo letto di ariogel e iniziò a sfogliare il libro.

La carta era ruvida e sfogliare le pagine era una sensazione che non provava da tempo.

Da quando i S.A.L (Soldati Anti Libro) avevano cominciato a distruggere i libri bruciandoli nei falò, i suoi genitori non gli avevano più permesso di leggere e i controlli erano sempre più frequenti.

I libri affaticano la vista, dicevano, non sono più modificabili e restano uguali per anni quindi non sono aggiornati. Sono pesanti e tendono ad ammuffire nel tempo, portano malattie e altre cose che non ricordava.

Improvvisamente sentì un ronzio, era Clark il robot domestico che gli avevano assegnato con la casa. Nascose subito il libro sotto il materasso.

“Temperatura esterna -25° C, possibilità di forti nevicate, venti forti da nord-est, è sconsigliato uscire in areomobile” disse il robot con la sua voce metallica. Accidenti! Pensò Geordj. Con questo brutto tempo non poteva andare a lavorare e non sarebbe più riuscito a pagare il noleggio della casa.

In Siberia tutto sommato non era una brutta vita. A parte il sole che si vedeva solo nei deca più caldi. Si era abituato al clima rigido e alla vita assistita dai robot. A volte però sentiva che gli mancava qualcosa. Aveva tutto, una bella casa con tante comodità, cibo di ogni tipo, film in 3D ogni sera e un’areomobile nuova ogni due deca. Ma c’era qualcosa in fondo al suo cuore che non andava. Era solo.

Il robot se ne andò e Geordj ne approfittò per riaprire il libro e si accorse che dietro la copertina c’era scritto un nome e un indirizzo “Ada Grey, 21 Parisöl Straβe, Mellisburg”. Non aveva mai sentito questo paese.

Si vestì, prese il libro e si rassegnò ad usare la vecchia metropolitana per andare a lavorare, visto che il tempo non era migliorato.

Alla stazione trovò una mappa e lì vide scritto “Mellisburg”,era in un’area poco frequentata della città antica. Arrivò al lavoro e poi al ritorno decise di scendere proprio a quella fermata.

Sentì lo sferragliare metallico delle porte della metropolitana che si aprivano ed uscì. Non era mai stato in questa zona della megalopoli ed era sconsigliato andarci per via dei disordini che c’erano stati in passato.

Proseguì indisturbato verso la via principale, cercando di non pensare al fatto che si trovava cinquanta metri sotto terra. Infatti quella città, in seguito alla G.T.C. , Grande Tempesta di Calore, era sprofondata nel terreno, restando incredibilmente intatta, ma racchiusa da cemento e detriti. Vide la CXX- underground, la metropolitana della città, allontanarsi guidata dalla solita mente robotica.

Dopo aver attraversato strade dissestate e quartieri abbandonati, raggiunse Piazza del Fuoco, dove tutti i falò dei libri ebbero inizio molto tempo fa. Sentì un rumore alle spalle e poi non vide più nulla.

Aprì gli occhi e nella penombra la prima immagine fu una donna con il viso coperto che gli chiese con voce sprezzante: “Chi sei?”.

“Mi sono perso, abito qui vicino.” mentì lui.

“Falso!” gli risposero in coro due voci.

All’improvviso fu colto di sorpresa da un pugno che lo fece traballare e cadere pesantemente dalla sedia. Era legato e il libro cadde dalla giacca.

Ci fu un momento di silenzio e la donna, dopo aver raccolto il libro e letto il titolo, restò di stucco. “E’ quello di mio padre!” esclamò.

“Tu non sai cosa avevi in mano, ma è grazie a te che ora il mondo forse verrà salvato” disse lei.

Poi lo liberò e vide un’ustione a forma di cuore sulla mano di Geordj.

Nel 2112 il padre di Ada, il primo ministro Grey, si era opposto ai falò e per questo era stato ucciso nell’incendio della sua casa. I suoi figli Ada e Geordj erano miracolosamente sopravvissuti, ma si erano provocati tutti e due un’ustione alla mano destra, a forma di cuore.

Geordj si era spesso chiesto il motivo di quella macchia, ma era troppo piccolo per ricordarsi dell’incendio.

Dopo l’assassinio del padre, i due fratellini erano stati divisi e affidati a due famiglie diverse, Ada, però, che era più grande, aveva conservato il libro “Preghiere di ogni giorno” che stava leggendo poco prima dell’incendio.

Solo in seguito un amico di suo padre le aveva spiegato il potere del libro: conteneva una formula magica che, se letta da due persone dello stesso sangue e toccate dalle fiamme, avrebbe impedito al fuoco di bruciare la carta dei libri.

Non sapendo come fare a ritrovare il fratello, aveva lasciato il libro nell’ultima biblioteca del centro città, sperando che sarebbe stato proprio il libro a ritrovare Geordj.

“PAX TIBI IGNIS EX LIBRIS ET CHARTA” recitarono tenendosi per mano.

 E così fu.

UN CAMINO SUL CARSO

Autore: Paolo Banfi
Primo premio Sezione B – Adulti “Sospirolo tra leggende e misteri 2023”


Tutti si girarono vedendolo entrare: bagnato, infreddolito, coperto da pochi vestiti laceri e sporchi, spettinato e con l’aria impaurita, poteva avere 13 anni circa. A quel punto si interruppero tutte le conversazioni e le grida, i clamori, le battute in dialetto in italiano in sloveno, e tutto sembrava sospeso come un fotogramma bloccato: il fumo della pentola, i bicchieri di vino bianco e di rosso sui tavoli, la carta vincente da calare, il fuoco che crepitava nel grande camino acceso di questa osmiza. Fuori un novembre freddo e piovoso con la neve già ad imbiancare i monti più alti e il Carso grigio di nebbie e foschie, sotto un cielo livido che copriva l’intrigo di alberi spogli e rami secchi.

Con passi esitanti il ragazzino si avvicinò verso il camino guardandosi in giro timoroso, nei suoi occhi evidente la paura di essere sgridato apostrofato cacciato da quel luogo. Ma nessuno fiatava: lo guardarono in silenzio, un lungo intervallo di silenzio sorpreso, interrotto infine solo dalla concitazione di Dora che dalla sua tavolata si rivolse alla signora vicina al bancone: Va a cior una coperta! A quel punto ripresero le voci ma si era rotto il clima di leggerezza e di euforia che pervadeva fino a poco prima l’ambiente e le parole presero la forma di domande: chi sarà, da dove verrà, di che nazionalità, no me par africano, no probabilmente è pakistano o siriano, proviamo a chiederglielo. Ma sacramento, se non sa l’inglese come xè che fasemo?

Intanto lui aveva raggiunto uno sgabello vicino al camino e, rassicurato dal fatto di essere guardato senza urla e senza minacce, si era seduto per cercare di scaldarsi, di asciugarsi. di godere il tepore di quella fiamma.

Come sarà arrivato quassù? Do you speak English? Silenzio. Lui guardava intorno i volti e gli sguardi interrogativi dei commensali poi chinava gli occhi a terra e poi li rialzava sorpreso, come se non capisse: e in effetti capiva solo qualche parola di inglese. Are you hungry? Ghetu fame?

Ne aveva eccome, lo disse con ampi cenni di assenso: e quando dal tavolo di fianco la Marianna gli allungò un piatto con un po’ di pane, le due fette di soppressa e quel meraviglioso musetto in crosta che era la specialità dell’osmiza, lui prima esitò ma poi accolse il piatto nelle sue mani e mangiò solo il pane voracemente lasciando le altre cose. Forse l’è musulman! esclamò Gianni e gli passò un bel tocco di formaggio che il ragazzino guardò e annusò prima di farne un solo boccone.

Intanto era arrivata la coperta e la stessa Dina, la proprietaria dell’osmiza, gliela appoggiò sulle spalle e cominciò a fregare: il ragazzino, che in un primo momento era sembrato spaventato e ritroso, poi si tranquillizzò e si lasciò strofinare le spalle, avvolgere e frizionare i capelli con un asciugamano.

Intanto guardava nel caminetto il fuoco accogliente, amico, caldo davanti al quale lasciar riposare le ossa e sentire tutto il piacere di ogni fibra del corpo appagata dal tepore, dopo il momento doloroso dei geloni che si sciolgono alle dita delle mani e dei piedi: poi solo calore, a far diradare la paura per l’ingresso nella casa sconosciuta.

Eppure rimaneva in lui l’angoscia della solitudine, con il riverbero della fiamma a ricordargli tante immagini dolorose: durante le lunghe giornate di cammino attraverso i Balcani (il game, lo chiamano: il gioco!) il fuoco si accendeva a sera in qualche radura, e nelle baite abbandonate entro cui passare una notte… Poi la sosta al confine tra Bosnia e Croazia, dove cercavano l’ingresso in Europa senza riuscire a fare breccia: e lì, sotto l’acqua e la neve nel freddo e nel gelo, attendevano una possibilità di vita. Ma evidentemente chiedevano troppo. E il fuoco era stato appiccato alle tende di fortuna che avevano montato vicino alla boscaglia.

Lo stesso che adesso lo scaldava aveva incenerito la vita di sua sorella, insidiato la sua, quella dei genitori e degli altri due fratelli. Il game non era uno scherzo: il fuoco non aveva perdonato Amina, rimasta intrappolata. Ricordava solo la disperazione dei genitori, la puzza, il corpo quasi irriconoscibile. Non aveva pianto, era rimasto impietrito, senza parole.

Intanto Dora si era alzata per sedersi vicino a lui, sostituendo Dina nell’impegno di asciugarlo: Ahmed era l’unica parola che lui aveva pronunciato rispondendo all’insistenza di quella donna che, toccandosi il petto, continuava a ripetere Dora Dora Dora… Aveva capito che era un nome e che voleva sapere il suo: Ahmed, figlio di Gassan e Marian.

Venivano dalla Siria, avevano dovuto scappare precipitosamente dalla loro città bombardata devastata saccheggiata infiammata: i fischi e poi le esplosioni e poi ancora il fuoco a bruciare ciò che rimaneva…Il tempo di prendere poche cose e poi via di corsa su un camion pieno di gente per iniziare a percorrere quella rotta insidiosissima verso l’Europa: chilometri e chilometri e chilometri ancora, a piedi. Una sera aveva sentito i suoi genitori parlare fitto fitto e alla fine con grande sorpresa aveva visto le lacrime sulle ciglia di suo papà: è impensabile, il papà non piange mai, che succede? Allora capì: fuggire da un inferno per finire in un altro inferno non era una prospettiva gratificante per due genitori che avevano trascinato con sé quattro figli di 15, 13, 10 e 7 anni.

Queste immagini scorrevano nella sua mente mentre guardava i bagliori della fiamma nel caminetto e sentiva le membra intiepidirsi e rilassarsi progressivamente, un piccolo piacere che aiutava a sciogliere il nodo di angoscia dentro di sé: quando con l’onda d’urto creata da centinaia di persone erano riusciti a superare le reti innalzate al confine della Croazia, i poliziotti li avevano colpiti con violentissimi getti d’acqua e poi inseguiti agitando i manganelli e puntandogli contro pistole e mitragliatori. Una babele di voci concitate, grida strozzate, richieste disperate di aiuto, spari, sassi, fumo: nella confusione era scappato, pensando di avere vicini genitori e fratelli, ma si era presto accorto di essere solo. Un bosco innevato e tanta paura.

Appoggiò la testa sulle spalle di Dora, che gli cinse le spalle abbracciandolo: Vien qua, putelo. Il fuoco continuava a crepitare, mandando faville nella cappa del camino: lui le guardava immagato, gli occhi velati. E Dora, stretta a lui, vagava nel tempo e tornava all’infanzia, ad altre faville che si alzavano verso il cielo dal rogo della vecia in gennaio, al camino grande della cucina, e ricordava una vita semplice e sobria ma colma di affetto e di promesse. Per Ahmed era tutto diverso: una vita già violata.

Si girò verso la stanza: nei tavoli si era tornati a parlare ma sottovoce, quasi per non disturbare. I giocatori di briscola avevano sospeso la partita. Qualcuno aveva cominciato a ragionare sul da farsi: a Trieste ghe né n’associazion che se ocupa dei migranti. E poi, suggeriva qualcun altro, c’è l’assistente sociale del Comune. Magari va avvisata la questura. Ma domani, tutto domani: per quella notte Dora si offrì di farlo dormire a casa sua, con l’assenso silenzioso del marito Ivan: non avevano figli, c’era una cameretta per eventuali ospiti.

Ahmed non capiva, eppure si sentiva accolto per la prima volta dopo tanto tempo: gli diedero in mano un uovo sodo, che mangiò volentieri. Ma voleva la mamma, il papà, i suoi fratelli. E gli mancava la sorella, morta ustionata e sepolta ai margini di un bosco. Guardò ancora il fuoco, e il suo corpo ebbe un fremito. Dora capì, lo strinse: solo allora, davanti a quel caminetto in una osmiza del Carso, il ragazzo lasciò correre le lacrime e si sciolse in un pianto muto e disperato, la schiena scossa dai singhiozzi. Appoggiò la testa sulle ginocchia di Dora, che intanto gli accarezzava i capelli con dolcezza: un uomo non trattenne una bestemmia, convocando Dio in persona a rendere conto delle ingiustizie del mondo. Dina si alzò e andò ad aggiungere un tronchetto nel fuoco.

La fenice che si credeva un corvo

Autore: Classe V della Scuola Primaria “Gregorio XVI” di Bolzano Bellunese coordinati dall’insegnante Paola Zambelli

Primo premio ex aequo Sezione A – Giovani “Sospirolo tra leggende e misteri 2023”

C’era una volta, in un bosco lontano lontano, un uccello dai bellissimi colori del cielo infuocato dal tramonto. Dopo un lungo viaggio alla ricerca del luogo ideale, poco prima di lasciare la sua vita durata ben cinquecento anni, aveva deposto il suo unico uovo.

Aveva preparato con cura il nido, intrecciando i rametti profumati di resina di mirra con i rami e  la corteccia della cannella, aggiungendo qualche ago di abete. Aveva dato al suo nido una forma ovale, per conservare il suo ultimo e più prezioso tesoro. Poi aveva atteso che il sole infuocasse le sue piume riducendola in cenere. Proprio le sue ceneri avrebbero scaldato l’uovo fino a far nascere il suo pulcino… O almeno così sperava, perché così succedeva da secoli e secoli a tutte le fenici.

Accadde che, dopo poco che la fenice era sparita fra le sue stesse ceneri, una coppia di corvi trovò il bel nido, decise di occuparlo e di covare l’uovo. Quando nacque il pulcino, i due genitori lo allevarono come fosse un loro piccolo, anzi la loro piccola di corvo e le diedero un nome, Paprika. Negli anni Paprika ebbe tanti fratelli e amici corvi con cui imparò a giocare, a procurarsi il cibo, a costruirsi un nuovo nido.  Non aveva proprio un caratterino facile, ma tutti le volevano bene e lei voleva bene ai suoi genitori e a tutti i suoi amici. Però spesso veniva presa in giro per le sue piume dorate. Quando si rattristava o si arrabbiava le sue piume si tingevano del colore del fuoco e si scaldavano; in quei momenti i suoi amici si allontanavano finché non le passava il malumore. Quando succedeva sentiva il fuoco nello stomaco, soprattutto  se i suoi amici la canzonavano: «Paprika-occhi-di-fuoco, Paprika-occhi-di-fuoco».

Ma con il passare degli anni Paprika si accorse anche che i suoi genitori, i suoi fratelli e i suoi amici crescevano, invecchiavano, morivano… e lei no.

Un giorno un animale un po’ strano, che non aveva mai incontrato, una sorta di topo con il musetto dalle guancette sempre in movimento, dalla pelliccia rossastra, con una lunga e folta coda della stessa tinta e con un’aria saggia, le disse ammirato : «Tu, sei una fenice!»

«No, io sono un corvo dalle piume dorate», rispose lei.

Lo scoiattolo si mise a ridere:

«Cara la mia ingenua fenice, vieni con me, andiamo al laghetto.»

La fenice lo seguì e quando si specchiò nelle acque stentò a riconoscersi. Poi lo scoiattolo le disse: «Guardati, i corvi sono neri, tu sei completamente diversa: hai i colori dell’oro e del fuoco, i tuoi occhi sono azzurro fiammella. Sei più grande di un corvo, hai le penne completamente diverse, più grandi, più morbide. Hai le zampe lunghe e gli artigli dorati. Il tuo becco assomiglia a quello di un’aquila, non di certo al becco di un corvo. E poi i corvi gracchiano, mentre tu hai una voce dolce, che parla tutte le lingue del mondo animale e umano…»

La fenice continuava a specchiarsi delusa e sorpresa, ma anche triste. Più si specchiava più si accorgeva che lo scoiattolo diceva la verità. Con voce triste chiese: «E allora io chi sono? Da dove arrivo? Chi sono i miei genitori? Ho fratelli o sorelle in giro per il mondo?»

«Questo non posso saperlo. Devi scoprirlo da sola», rispose lo scoiattolo.

Allora Paprika iniziò a girare il mondo per scoprire chi fossero i suoi genitori, da dove veniva veramente, quale sarebbe stato il suo destino.

Incontrò persone che la salutarono ammirate, ma trovò anche umani che cercarono di catturarla. In particolare in un villaggio venne intrappolata e dovette difendersi lanciando palle di fuoco, incendiando il bosco. Vide gli umani soffrire e lanciare contro di lei parole di fuoco che le facevano male al cuore: «Sparisci! Vattene! Hai creato un guaio enorme! Sei davvero una creatura crudele! » Capì con orrore che non voleva, non sapeva di poter dare fuoco a tutto e si rattristò piangendo calde lacrime. Mentre piangeva tentando di strapparsi le piume infuocate, l’avvicinò un bambino che non temeva né lei né il suo fuoco e la coccolò dicendole dolci parole: parole di acqua, parole di luce; parole di gentilezza. La fenice finalmente si spense e aiutò gli umani a trasportare acqua per spegnere l’incendio che aveva causato.

Per tantissimi anni rimase nel villaggio degli umani e li aiutò nelle loro necessità, nei loro lavori: spaccare massi, accendere fuochi d’inverno e aiutare gli uomini a non spegnere mai il fuoco necessario per vivere. Scoprì di conoscere piante curative e profumate con cui aiutava gli umani. Ma, un brutto giorno, arrivano delle persone avide , intenzionate a rubarle le piume dorate e si trovò costretta a scappare. Prima di andarsene regalò una piuma, la più bella, dorata e brillante al bambino che l’aveva aiutata, divenuto ormai un anziano.

Viaggiò, viaggiò per anni e anni alla ricerca di qualcuno che le assomigliasse. Conobbe gli uccelli e gli animali più disparati di ogni luogo del mondo,  da nord a sud; da est a ovest; raggiunse tutti gli angoli della Terra. Conobbe animali selvaggi, animali liberi; ma anche animali domestici e animali in gabbia.

Vide il mondo cambiare, tante guerre passare. Non capiva perché gli umani mettessero a ferro e fuoco le loro terre, perché si facessero fuoco gli uni contro gli altri.

Vide sorgere paesi e poi città sempre più grandi. Vide costruire palazzi meravigliosi e fabbriche. Vide il cielo e le acque sporcarsi sempre di più nel corso dei decenni: conobbe l’inquinamento e i suoi danni. Incontrò persone che l’ammiravano, altre che le fecero dei ritratti. A distanza di anni incontrò chi la fotografava. C’era chi tentava di catturarla, chi di portarle via almeno una piuma… Sempre le stesse storie di avidità!

Dopo una vita in viaggio, la fenice inizia a sentirsi anziana e stanca, anche se il suo aspetto non è mai cambiato. È talmente sfinita che si lascia trasportare dal vento, senza una meta. «Portami ai confini del mondo» urla all’aria chiudendo gli occhi e addormentandosi.

Quando si risveglia, si trova a sorvolare un luogo con una luce strana, che le crea il solletico nello stomaco e le fa vibrare le piume di piacere. Sente il suo cuore, ormai vecchio di quasi cinquecento anni, fare una piroetta. Non capisce il motivo di queste sensazioni… perciò plana e osserva il mondo che la circonda. Ci sono animali strani, nati da combinazioni di tutti gli animali che ha incontrato nella sua lunga vita; alcuni sono proprio insoliti, altri buffi; certi fanno paura e altri ancora tenerezza. Ma vivono tutti in armonia e rispetto. Mentre si guarda intorno viene avvicinata da alcuni uccelli che le assomigliano molto nella forma, anche se hanno colori differenti dai suoi. Fa così la conoscenza delle fenici dell’acqua, del vento e della terra.

Vive il tempo che le rimane in quel luogo meraviglioso fino al giorno in cui sente un improvviso bisogno di costruire un nido. Cerca i ramoscelli più profumati, li intreccia dandogli una forma ovale e quando sente un formicolio su tutte le piume, vi depone il suo unico uovo. Inizia a covarlo sollevando verso il cielo le sue piume dorate che in breve s’infuocano. Le altre fenici passano a salutarla promettendole di prendersi cura del suo pulcino.

«Ci rivediamo presto» le dicono, mentre Paprika si trasforma nella cenere che coverà il suo stesso uovo, da cui lei rinascerà.

… O almeno così dovrebbe accadere!

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