Il filò nella stalla: un rito di comunità
Gli inverni di un tempo erano lunghi, rigidi e spesso contraddistinti da abbondanti nevicate. Proprio per ripararsi dal freddo i contadini si rifugiavano nelle stalle, al fianco di mucche e vitelli: il luogo più caldo di tutti diventava così occasione di riposo, cultura popolare, tradizione orale e comunità.
Il calore di un luogo si alimenta della qualità delle relazioni che vi si intrecciano, in misura forse maggiore della disposizione e dell’estetica degli ambienti. Il ripercorrere i luoghi “caldi” della memoria, portandoci indietro nel tempo, ci accompagna ad esplorare sensazioni, luci, odori e profumi.
Dalla cucina all’osteria: altri luoghi di calore
Il primo luogo caldo nel quale ricordo di aver trascorso gran parte degli inverni della mia infanzia era la cucina, unico ambiente della casa ad essere riscaldato dalla stufa, fuoco sempre acceso, fuoco alimentato costantemente con i ceppi di legna del bosco del nonno e con le visite quotidiane di amici e parenti. Un tepore avvolgente, profumi di cibo lento e zuppe cotte per ore.
Altro luogo caldo l’osteria del paese, con il negozio di alimentari dove trovavi di tutto un po’: il primo frequentato dagli uomini, all’uscita dalla latteria o nelle ore lente e libere dai lavori più pressanti del periodo estivo; il secondo dalle donne, che si attardavano a scambiare chiacchiere e consigli comprando lo stretto necessario, perché il resto si faceva in casa.
Filò: significato e tradizione nella stalla
Il luogo caldo per eccellenza della memoria ancora più antica, narratami dalla nonna, era il filò nella stalla. Filò era trovarsi di sera, tra familiari e vicini di casa, per incontrarsi, svolgere attività semplici e manuali: lavorare a maglia, cucire e ricucire, intrecciare paglia e vimini, aggiustare gli attrezzi del lavoro nei campi, e altro: tutte azioni che, ripetute infinite volte, diventano automatiche e aiutano a sciogliere la lingua e le tensioni. Spesso c’era, tra i convenuti, chi sapeva leggere in modo più spedito o narrare storie e favole, raccontare fatti accaduti, talvolta arricchendo la versione autentica con aggiunte personali, intrattenendo magistralmente grandi e piccini.
Preghiere e racconti: la trasmissione orale
Filò era luogo di trasmissione di notizie e cultura popolare e diretta, tramandata di generazione in generazione. Era recita del Rosario, seguito dalle Litanie, con tutte le invocazioni, accompagnate da una lunga sequenza di preghiere in ricordo di gente del paese, dei dintorni, declamate in latino o, meglio, in una strana lingua fatta di neologismi che avevano suoni che si ispiravano al latino.
Un calore che unisce: tra amori e silenzi
Il luogo era la stalla, dopo cena, una volta spento il fuoco del “larin” o della stufa, che non si poteva tenere acceso troppo a lungo. Gli odori degli animali, il loro respiro, la silenziosa e massiccia presenza, garantivano un clima di rustica accoglienza. Spesso nella vicinanza del filò, tra il vedo e non vedo delle candele e delle lanterne, nascevano e si coltivavano timidi amori, fatti di sguardi fugaci e frasi sussurrate, rubate alle occhiate severe dei genitori.
Non servivano cellulari, c’erano le parole e le presenze autentiche, non servivano gli orologi, c’erano i ritmi biologici di veglia e sonno a guidare le azioni della giornata. Il bisogno di incontro e di vicinanza tra le persone era lo stesso di oggi, il rischio è che oggi venga coperto dal troppo che ci allontana, anziché portarci a godere del necessario calore, bisogno fondamentale di vita.