Nell’ottobre del 2024 ci lasciava Carlo Sovilla, pittore che, citando il critico d’arte Paolo Rizzi, «dipingeva con le note musicali». Uomo riservato, timido, discreto e talvolta un po’ ruvido – forse all’antica, diremmo oggi – dedicò l’intera sua vita alla pittura, fortunato abbastanza da vivere in un periodo durante il quale l’arte era quasi un bene “di prima necessità”, in molte case, ed era ancora possibile mantenere una famiglia grazie ad essa.
Carlo Sovilla nacque nel dicembre del 1928 a Belluno, e nella sua amata Borgo Pra visse e dipinse, cominciando ad esporre fin dal ’62. Figlio di uno stimato decoratore, al fianco del quale apprese i segreti del mestiere, disse di se stesso: «I colori li conosco fin da ragazzo. La passione per la tavolozza l’ho, oserei dire, nel sangue».
Lo studio e il paesaggio di Borgo Pra
Il suo studio si affacciava sul torrente Ardo e guardava la chiesa e il campanile di Santo Stefano, quell’antico volto della città che tutto l’anno viene scaldato dalle prime luci del mattino. Al di qua del corso d’acqua, l’orto e il frutteto che coltivò scientificamente assieme alla moglie Italia, non senza che i due si concedessero la poesia dei bulbi primaverili, delle rose, delle ortensie e di una rigogliosa magnolia.
Ed anche se negli ultimi anni fu quella la sola veduta dalla quale osservò con malinconia il mondo cambiare, Sovilla viaggiò molto, soprattutto in Italia, per ritrarre i magnifici panorami del belpaese: dal Conero a Valmorel, dalla costa pugliese alla campagna chioggiotta, facendo sempre ritorno alla “sua” Piave, il fiume dei bellunesi del quale conobbe ogni ansa e che dipinse in ogni stagione, immortalando nevi immacolate ed afose estati sulle sue rive.
«I paesaggi di Sovilla aderiscono perfettamente al vero (“sembrano” il vero) ma, alla fine, sono delle metafore del “vero”» scriveva Rizzi. «Le riconosciamo come tali: quindi le amiamo ancor più».
Nature morte e oggetti di scena
Non solo paesaggi: le sue tele si fecero conoscere in Italia e all’estero anche per le splendide ed inconfondibili nature morte, forse tra i soggetti preferiti dall’artista. Il suo studio pullulava di oggetti d’ogni sorta: vasellame, fiori e frutti essiccati, libri, spartiti, strumenti musicali – che egli, polistrumentista e cantante, aveva suonato prima con la banda della Marina di Taranto, durante il servizio militare, e poi con l’orchestrina da ballo nella quale si era esibito per anni – ed ancora candelabri, ceramiche, piatti, persino animali impagliati. Tutti oggetti che egli disponeva con ingegno ed immaginazione ogni giorno nuovi, illuminati delicatamente dall’altra finestra dello studio, quella rivolta a nord, verso la tranquillità di piazza San Lucano e l’imponente monte Serva.
«Sovilla è un uomo pacato, un ragionatore. La sua visione della vita si rispecchia nella pittura». Così, nel 1981, scriveva Rizzi. «Il giuoco delle forme all’interno dello studio è perfetto: il cavalletto, i tavolini, le sedie, i pennelli, lo sgabello, la porta, il riquadro d’una cornice. Tutto risponde ad un desiderio interno di ordine. Così, la disposizione degli oggetti nelle nature morte obbedisce ad un criterio rigoroso di concatenazione e di coordinamento degli oggetti. Forme, luci, colori si intrecciano in una armonia complessiva. È questione di metodo, ma anche di mentalità».
«Carlo è un fabbro del colore. Perché costruisce con la luce la realtà», scriveva invece il poeta Giano Perale. «Meticoloso, affaticato, senza sosta e ripensamenti. Carlo è un uomo che vive nel mondo di tutti i giorni. Dove il sole è sole, dove chi piange lo fa sul serio, dove chi ride lo fa per sé e per gli altri.»