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Il Dott. Alberto Rossi

il medico di famiglia

Il Dott. Alberto Rossi

il medico di famiglia

L’esperienza della pandemia ha messo a dura prova la forza umana e professionale di tutte le figure sanitarie; i medici di base in questo lungo periodo sono stati il supporto costante e quotidiano per la cura dei pazienti. Nel SSN il medico di base o Medico di Medicina Generale (MMG) rappresenta, grazie alla competenza acquisita e alla conoscenza diretta dei pazienti, un pilastro insostituibile nella cura e prevenzione delle patologie in contesto extra ospedaliero. Per approfondire l’argomento, abbiamo intervistato il dottor Alberto Rossi, nato a Belluno nel 1956, dal 1983 MMG a Lentiai, riferimento emblematico della categoria, anche per solida tradizione familiare e per la stima professionale di cui gode da parte di colleghi e pazienti. Il fratello, dottor Gianpaolo Rossi, è professore ordinario di Medicina e Direttore del Centro dell’Ipertensione Arteriosa dell’Università di Padova; il padre dottor Angelo Rossi, recentemente scomparso, è stato medico condotto a Lentiai dal 1957 al 1996, conosciuto e apprezzato in tutta la Sinistra Piave.

Come è nata la scelta di intraprendere questa professione?
«Non sognavo di fare il dottore da piccolo… ci sono arrivato seguendo il percorso di studi Scientifici: ho frequentato il Liceo a Feltre e dopo un momento di riflessione, optai per la Facoltà di Medicina. Non si è trattato di una scelta legata a motivazioni economiche, ma sono convinto di aver intrapreso la strada giusta, perché considero questo il lavoro più bello: noi medici ci occupiamo della salute delle persone, il bene più prezioso nella vita.»

Sia lei che suo fratello avete seguito le orme paterne, che peso ha avuto in questa scelta l’esempio di vostro padre?
«Vedere quanto fosse pesante il lavoro di mio padre avrebbe potuto servire da deterrente: la vita dei medici condotti era faticosissima, non c’erano giornate di riposo, si poteva sospendere solo dandosi il cambio con un collega. Il medico allora aveva una sorta di monopolio nella cura dei pazienti.»

Ci presenta la figura di suo padre?
«È stato un buon medico e un bravo diagnosta: un tempo non sempre erano accessibili gli esami clinici e strumentali, molte diagnosi erano frutto della conoscenza diretta dei pazienti e della loro storia. In ambulatorio si faceva di tutto, si suturavano ferite, si praticavano estrazioni dentali e schermografie. Ha potuto dedicarsi con serenità al suo incarico grazie al sostegno di mia mamma Miriana, ora adorata nonna, che si è sempre occupata dei figli e della casa, pur lavorando anche lei come maestra elementare. Mio padre era un tipo molto diretto, diceva sempre quello che pensava, proprio per questa sua schiettezza non avrebbe mai potuto fare carriera. Aveva la capacità di mantenersi aperto al cambiamento: ha imparato ad utilizzare il computer negli ultimi anni di lavoro, con l’introduzione della cartella clinica informatizzata. Ha avuto dei riconoscimenti importanti per il suo lavoro: è stato anche nominato Cavaliere al merito della Repubblica.»

Come è cambiata da allora la professione del medico di medicina generale?
«Oggi hanno assunto grande importanza la prevenzione e la cura di malattie croniche quali l’ipertensione e il diabete, dovute allo stile di vita e all’invecchiamento della popolazione. Un medico avrebbe potuto arrivare a fine carriera con quanto appreso all’università, oggi è essenziale un continuo aggiornamento, spesso autofinanziato, per rimanere informati sulla ricerca in costante evoluzione.»

Cosa hanno significato per voi medici di base i due anni di pandemia?
«Ci sono aspetti positivi, con il covid è stato possibile implementare la diffusione del fascicolo sanitario, che prima non superava il 60% dei pazienti. È cambiata l’organizzazione delle visite: meno accessi in ambulatorio consente di visitare meglio, con tempi di attesa ridotti. I collegamenti a distanza ci consentono di essere presenti ad incontri lontani senza spostarci, risparmiando tempo. Dall’altro lato il lavoro non termina mai.»

Ci parla del suo incarico di medico della Casa di Riposo per anziani?
«La Casa di Riposo un tempo era una struttura sociale per persone anziane, il medico era di supporto. Da quando sono diventate Centri Servizi si occupano, oltre che degli anziani, che sono la maggioranza, anche dei soggetti con patologie psichiatriche, disagio sociale, etilisti, facendosi carico delle carenze del SSN. L’assistenza garantita è dignitosa, ma la convivenza è complessa. L’impegno per il medico è notevole: ad ogni emergenza bisogna intervenire e la remunerazione economica è sproporzionata al ribasso rispetto al carico di responsabilità e al lavoro richiesto.»

C’è una rete di collaborazione tra medici di base sul territorio?
«Abbiamo una rete sul territorio, i medici aderenti condividono le cartelle cliniche dei pazienti disponibili, così le sostituzioni possono essere fatte con più facilità. Per anni sono stato responsabile scientifico della rete dei medici del territorio con i quali abbiamo organizzato convegni scientifici mensili di auto aggiornamento su tematiche specifiche, grazie al coinvolgimento di specialisti, di giovani medici neo laureati e dei medici di famiglia della rete di Borgo Valbelluna. La rete è stata utile anche per creare uno spirito di collaborazione tra medici.»

Cosa consiglierebbe ad un giovane che volesse intraprendere la professione del medico di base?
«Innanzitutto essere prudenti: non si possono trascurare i sintomi, è necessario minimizzare ogni rischio. Non sopravvalutare il proprio intuito, ma essere umili, preparati ed aggiornati. Oggi i giovani laureati sono mediamente molto più preparati di un tempo, ma hanno spesso poca esperienza sui procedimenti diagnostici di laboratorio.»

Ci racconta un episodio della sua carriera che le ha lasciato una particolare soddisfazione?
«Mi è capitato qualche giorno fa: un paziente è andato da un importante specialista che ha riconosciuto la validità della diagnosi e cura che ho prescritto e ha affermato che lui non avrebbe potuto fare di meglio.»

Prospettive future della professione del medico di base…
«È necessaria una maggiore attenzione alla programmazione del ricambio dei medici sul territorio, spesso le tempistiche, anche se facilmente prevedibili, non vengono rispettate, con grave disagio da parte dell’utenza e dei medici che vengono sovraccaricati di lavoro per sostituire i colleghi che vanno in pensione. Per stimolare l’arrivo dei medici potrebbero aiutare misure di sostegno per sgravare i costi logistici degli ambulatori, la nostra è una libera professione, ma soprattutto un servizio alla comunità.»

Cosa l’aiuta a rigenerarsi nel tempo libero?
«Mio padre era un grande appassionato di sport, pur non avendone praticato nessuno, però ha stimolato me e mio fratello a cimentarci in tante pratiche sportive: siamo praticamente nati con gli sci ai piedi, dopo la discesa nostro padre ci faceva da skilift per risalire in Pian di Coltura: infilava figli e sci dal tettuccio aperto della sua 500 gialla. A 20 anni mi sono distrutto il muscolo di una gamba giocando a calcio durante un campionato a Pedavena, così si è chiusa la mia carriera calcistica. Oggi mi dedico quando è possibile allo sci e mi rilasso andando in bicicletta per scongiurare i rischi della vita sedentaria, facendo però attenzione a non incorrere nei rischi della strada!»

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