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Il delitto di Busto Arsizio

La raccapricciante vicenda della giovane Silvia Da Pont

Il delitto di Busto Arsizio

La raccapricciante vicenda della giovane Silvia Da Pont

Un delitto atipico, al punto che gli esperti dell’epoca faticarono a trovare casi simili nella letteratura forense e nella criminologia. In 255 pagine dell’ultimo libro di Roberto De Nart, dal titolo “Il delitto di Busto Arsizio” (nelle librerie di Belluno e Feltre o su Amazon), è narrata la raccapricciante vicenda di Silvia Da Pont, la giovane cameriera di Cesiomaggiore fatta morire nel 1951 dall’insospettabile cavalier Carlo Candiani.

Fu un caso di cronaca giudiziaria che finì in tutte le prime pagine dei giornali dell’epoca, come il Corriere d’Informazione (il quotidiano pomeridiano nato dal Corriere della Sera nel 1945) e La Stampa. E anche nei periodici come Tempo, Oggi, La Settimana illustrata. Se ne occuparono cronisti di razza come Mario Cervi ed Egisto Corradi. E magistrati importanti come Dante Maccone, presidente delle Assise ordinarie di Milano, che diresse processi di rilievo tra cui quello ai responsabili dell’Eccidio di Schio del 6 luglio del 1945, e Giovanni De Matteo, pubblico ministero del celebre processo a Caterina Fort. A rappresentare le parti civili c’erano gli avvocati bellunesi Ugo Della Bernardina e Doglioni.

Silvia Da Pont ha 21 anni quando viene trovata morta il 28 ottobre 1951 a Busto Arsizio, nella cantina della villetta in via Galilei n. 3 dove lavorava come domestica dalla famiglia di Adelchi Nimmo, dipendente della compagnia aerea TWA (Trans Word Airlines). In quegli anni, erano molte le ragazze provenienti da famiglie modeste che lasciavano il loro paese per andare in città a fare le bambinaie e le domestiche.

Della povera Silvia conosciamo vari dettagli della sua breve vita, dalla testimonianza resa alla Corte d’Appello di Milano dai suoi familiari, il padre Antonio Da Pont boscaiolo di Cesiomaggiore, la madre Adelina Bortolas domestica e poi casalinga, e le tre sorelle Maria (solo lei delle tre sarà presente in aula), Rosina e Santina. Saranno la sorella maggiore, Maria, babysitter a Zurigo, e il capitano dei carabinieri Mongelli, comandante della Stazione di Busto Arsizio, a dare la svolta decisiva alle indagini che porteranno alla sbarra il cavalier Carlo Candiani, settantenne, due volte vedovo, ex commerciante di macchine per cotonifici, appassionato di farmacologia ed erboristeria che abitava al piano rialzato della villetta di via Galilei di sua proprietà.

L’uomo, interrogato dal capitano Mongelli, in prima battuta dice di aver visto la ragazza per l’ultima volta il 7 settembre 1951, quando si era sentita male ed era caduta tra le sue braccia. Preso dal panico Candiani dice d’averla nascosta in cantina. Il capitano Mongelli non crede a questa versione dei fatti e prosegue nell’interrogatorio finché Candiani confessa d’aver rapito la ragazza narcotizzandola e poi di averla tenuta nascosta somministrandole laudano (un derivato dell’oppio) ed etere, in dosi da tenerla in uno stato di sedazione tale da impedirle di deglutire. Dino Buzzati scriverà che il Candiani l’ha “tenuta nascosta, come una sorta di bambola vivente tutta per sé per oltre un mese e mezzo alimentandola solo con qualche cucchiaino di vino e latte”.

Candiani firmerà la confessione, poi ritratterà, sarà condannato a 25 anni poi ridotti a 14 in Appello e a 13 in Cassazione, e morirà nel carcere di Parma nel 1957. L’omicida dunque è il signore della porta accanto, un uomo distinto, ritenuto perbene, che per salvare la propria reputazione deciderà di lasciar morire la ragazza che avrebbe potuto avere salva la vita.

Le tappe del dramma

28 ottobre 1951 Viene trovato il corpo senza vita di Silvia Da Pont nella cantina della villetta di Carlo Candiani in via Galilei n.3 a Busto Arsizio. Prima di morire la cameriera bellunese era rimasta per 44 giorni in stato di incoscienza.

30 aprile 1953 La Corte d’Assise di Milano condanna Carlo Candiani a 25 anni di reclusione per omicidio volontario, ratto e occultamento di cadavere.

4 novembre 1953 La Corte d’Assise d’Appello di Milano riduce la pena a 14 anni di reclusione derubricando il reato in omicidio preterintenzionale.

10 novembre 1954 La Cassazione annulla la pena di occultamento di cadavere per intervenuta amnistia. La condanna per omicidio preterintenzionale è ridotta a 13 anni di reclusione.

9 agosto 1957 Carlo Candiani muore per un collasso cardiaco nel carcere di San Francesco a Parma. Aveva 76 anni.

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