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Il bosco che avanza: minaccia o risorsa?

L’ecosistema cambia, ma siamo noi ad aver bisogno della natura (e non il contrario)

Il bosco che avanza: minaccia o risorsa?

L’ecosistema cambia, ma siamo noi ad aver bisogno della natura (e non il contrario)

Q’ual è l’impatto e il punto di vista ecologico dell’avanzare del bosco? Ne parliamo con il professor Cesare Lasen, esperto di flora, vegetazione, paesaggio, membro del comitato scientifico della Fondazione Dolomiti Unesco e primo presidente del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.

Gran fioritura di Allium ursinum (aglio orsino) in un boschetto di noccioli
Il bosco che avanza: minaccia o risorsa?

Dottor Lasen, nei nostri territori sembra che il bosco stia avanzando…
Così come richiama l’enciclica “Laudato si’”, non siamo noi i padroni della natura, dobbiamo avere cura del creato, non pensare di dominarlo e soggiogarlo ritenendoci in diritto di fare ovunque tutto quello che vogliamo pensando che ciò sia senza conseguenze. Oggi si sta sviluppando una visione antropocentrica come se fosse il bosco ad avere bisogno di noi umani, al contrario, da un punto di vista ecologico, siamo noi ad aver bisogno dei boschi.

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Il bosco che avanza: minaccia o risorsa?

Ma allora l’azione dell’uomo è sempre negativa o può essere anche positiva?
L’uomo, nell’arco di decine di millenni, da quando da cacciatore-raccoglitore è diventato agricoltore-allevatore, ha ricavato nuovi spazi sottraendoli alle foreste; un esempio sono i prati stabili tipici dei nostri territori, che sono certamente ecosistemi artificiali, ma dove la biodiversità è aumentata. Il paesaggio delle nostre Dolomiti si è così caratterizzato con la presenza di praterie o radure in mezzo al bosco, prati legati alla fienagione o all’alpeggio, degli ecosistemi secondari, articolati e complessi, tutelati a livello europeo dal Sistema Natura 2000 (tutela della biodiversità); in questo senso, dunque, l’azione dell’uomo è positiva.

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Il bosco che avanza: minaccia o risorsa?

A partire da metà 1700, con l’aumento di popolazione e la fame di terra da coltivare o per alimentare il bestiame, i prati erano falciati fino ad alta quota. Adesso c’è una fase inversa, come possiamo tutelare questi luoghi?
Questi luoghi sono un’enorme ricchezza, sono portatori di biodiversità in qualità e quantità e sarebbe un delitto perdere questo patrimonio per nostra incuria; è difficile incontrare altrove luoghi che meglio dei nostri uniscano nuclei abitati, ridenti frazioni, boschetti e siepi alberate che inframezzano campi ed orti coltivati, un paesaggio il nostro che è entrato nella nostra anima e nel cuore. Nessuno vorrebbe tornare indietro e fare grandi sacrifici e fatiche per sopravvivere. Ma, almeno,qualche lembo rappresentativo di questo passato, merita assolutamente di essere gestito e falciato.

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Il bosco che avanza: minaccia o risorsa?

L’uomo ha compiuto degli errori in passato? E dopo Vaia?
Certamente. Le due grandi guerre, ad esempio, hanno visto abbattere gran parte delle foreste per motivi bellici ed i successivi reimpianti sono stati eseguiti con logiche discutibili che hanno privilegiato l’abete rosso di rapida crescita a scapito del faggio, del carpino o del rovere, le latifoglie miste, che sarebbero state molto più adatte alla nostra fascia altimetrica. Sono state fatte delle gran piantagioni guardando più all’aspetto economico rispetto a quello ecologico, che hanno favorito, con grandi investimenti, soprattutto i vivai; in alcune aree del nostro territorio bellunese, ad esempio in Comelico, non troviamo oggi quasi più il faggio, ma, se guardiamo i documenti del 1300-1400, scopriamo che il faggio rappresentava più del 50% della superficie boschiva: la stessa toponomastica, con luoghi denominati, ad esempio, “Fagheròle”, lo testimonia.

I tempi di evoluzione di un bosco si misurano nell’arco di svariati decenni, esistono cicli, dinamiche evolutive spontanee, nell’ordine di qualche secolo. Noi pensiamo di risolvere i problemi all’istante, invece dobbiamo imparare ad attendere e rispettare i tempi di madre Natura. Anche dopo Vaia, mi sono battuto affinché non si ripetessero gli errori del passato; inorridivo quando sentivo dire: “Non vi preoccupate, ripianteremo tutto!”. Le piante nel loro ambiente trovano la strada da sole, non hanno bisogno di “piantagioni”.

Un suggerimento su come comportarci, dunque…
Oggi abbiamo conoscenze ecologiche che ci permettono di non ripetere gli errori del passato, bisogna trovare l’equilibrio attraverso una corretta pianificazione (sostenendo ad esempio il taglio vicino ai centri abitati), che non privilegi solo l’aspetto economico, ma ne salvaguardi anche l’aspetto ambientale, la diversità biologica, il paesaggio, l’ambiente nel suo insieme, senza posizioni estreme, senza divieti assurdi e senza abusi, con rispetto ed umiltà.

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