Come mantenere il benessere psicologico nelle comunità montane, in aree soggette a spopolamento? Era la domanda al centro dei due incontri dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto, svoltisi a Villa Patt gli scorsi 18 (“Vivere in zone montane: quali prospettive per il benessere psicosociale”) e 19 ottobre (“Benessere psicologico e ambiente: bisogni, strumenti e prospettive”).
Un dialogo tra le istituzioni bellunesi al fianco di sociologi, psicologi e psichiatri da tutta la regione con l’obiettivo di “costruire” il benessere psicologico degli abitanti della montagna. Gli amministratori hanno sottolineato il problema della denatalità, dello spostamento dei giovani in aree più urbanizzate e della carenza di personale anche nel pubblico.
Secondo l’Istat, al 1° gennaio 2024 gli abitanti della provincia di Belluno erano 197.767, rispetto ai 198.105 dell’anno precedente. In media un calo di un migliaio all’anno; lo spopolamento continua, anche se nel 2023 ha rallentato un po’. Quando una terra si spopola, quali effetti a livello psicologico possono avere gli abitanti che restano?
Secondo Luca Pezzullo, presidente dell’Ordine Psicologi Veneto, i giovani che decidono di restare nella terra natale «non hanno alternative per rigenerare o pensare ad un futuro diverso, in un contesto in cui si instaura una rapida riduzione di rigeneratività del territorio in termini sociali ed economici. In termini psicologi, un senso di solitudine di isolamento».
«Alcuni correlati psicologici del vivere in aree urbane e aree rurali sono uguali: solitudine, sentimento di estraneazione, depressione – spiega Enrico Perilli, docente all’Università dell’Aquila e presidente dell’Ordine Psicologi Abruzzo – ma in quelle rurali, e quindi anche montane, è presente la percezione del supporto psicologico, di non essere soli, di avere una rete di sostegno a cui chiedere aiuto». Ci sono progetti e studi in corso per favorire l’avvicinamento, soprattutto dei giovani bellunesi, al proprio ambiente.
«L’obiettivo della Fondazione – sottolinea Francesca De Biasi, presidente Fondazione Welfare Dolomiti Belluno – è contrastare lo spopolamento. In una ricerca condotta nel 2019-2020 è apparso chiaramente come la natura e il paesaggio, insieme al senso di appartenenza e la sicurezza, sono i motivi per cui i giovani consiglierebbero la nostra provincia come luogo in cui vivere; dunque, servono il sostegno alle comunità e la qualità delle relazioni».
«Uno studio condotto nella provincia di Belluno, il progetto “Rigenera Montagna”, – spiega Francesca Pazzaglia, docente di Psicologia Generale all’Università di Padova – si è concluso quest’anno e con esiti molto soddisfacenti». Coinvolti un centinaio di studenti di tre istituti superiori della zona in attività come sfalcio prati, nelle pozze d’alpeggio, e lavori tradizionali con effetti positivi sui giovani.
C’è poi il Forest Bathing, pratica giapponese che prevede un’immersione nella natura (passeggiate, percorsi) con effetti benefici, il cui studio è in corso in Cadore, come spiegato da Margherita Pasini, docente di Psicometria all’Università di Verona. Matteo Aguanno, direttore Gal Prealpi e Dolomiti, ha portato un focus sulle azioni trasversali tra gli enti bellunesi a contrasto dello spopolamento. Si è fatto riferimento alla Strategia integrata di sviluppo urbano sostenibile (Sisus) dell’area urbana di Belluno, con capofila il Comune, con un investimento di circa 13 milioni su temi di sviluppo come attrattività, sostenibilità, cohousing, rigenerazione urbana.
C’è poi la Strategia nazionale per le aree interne (Snai) volta al miglioramento dei servizi, con interventi su sanità, formazione e mobilità. Presentato, infine, il progetto “Orizzonte Attrattività”, coordinato dal Gal con enti pubblici e privati, che fa leva su aree strategiche quali promozione territoriale, imprenditoria e formazione, istituzioni, servizi e welfare, infrastrutture sostenibili.