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I teatrini dell’assurdo

entriamo nel mondo “in scatola” di Franco Gatti

I teatrini dell’assurdo

entriamo nel mondo “in scatola” di Franco Gatti

Franco Gatti, grafico ed illustratore bellunese, per una trentina d’anni ha collaborato con studi grafici e pubblicitari della provincia di Treviso, affiancando però sempre all’attività professionale la passione per il disegno come fonte di proprio godimento. Gatti ha sempre privilegiato, nel realizzare le sue illustrazioni, l’utilizzo delle matite colorate. Tuttavia, da circa tre anni si dedica anche alla realizzazione di quelli che egli ha battezzato “Teatrini dell’Assurdo”, sorta di piccoli diorami o collage tridimensionali. Una selezione di questi è stata presentata per la prima volta l’estate scorsa ad una personale di Gatti tenutasi a Forno di Zoldo ed ha suscitato una certa curiosità tra i visitatori della mostra.

Cosa sono i “Teatrini dell’Assurdo”? Perché questo nome che sembra fare il verso al teatro di Ionesco e Beckett?
«Detto in parole povere, sono contenitori, scatole dove io inserisco immagini, figure ritagliate, prese da contesti i più vari, e le metto in rapporto tra di loro. Può trattarsi di figure umane, animali, fiori, frammenti di carte geografiche, di tavole anatomiche, di vecchi annunci pubblicitari… Obbligo queste figure, all’origine realizzate per tutt’altri scopi, a esibirsi su questi piccoli palcoscenici e a relazionarsi fra loro dando vita a rappresentazioni (statiche) il più delle volte senza senso, assurde appunto».

Come è nata l’idea di queste opere? Ci sembrano notevolmente originali.
«Parlare di originalità dopo millenni di produzione di manufatti artistici mi sembra quanto meno azzardato. Io sono del parere che, nell’ambito delle arti figurative, tutto è già stato detto. A volte pensiamo di concepire idee nuove senza renderci conto che sono solamente rielaborazioni di precedenti input dei quali abbiamo perso memoria. Comunque, nel mio caso posso con sicurezza dire di avere un debito di gratitudine verso l’opera di Joseph Cornell. Nei suoi vagabondaggi per le strade della New York degli anni Venti/Trenta del secolo scorso questo surrealista, poco conosciuto da noi, raccoglieva ogni genere di oggetti, anche di scarto, che poi organizzava dentro apposite scatole (“Shadow-boxes”) abbinandoli, con gesto squisitamente dadaista, senza alcun senso apparente. È stato uno dei precursori dell’assemblage-art che oggi conta molti adepti. Io preferisco assemblare non oggetti ma “figurine”. Perciò, dal punto di vista formale, i miei teatrini sono più simili ai lavori di Alexander Korzer-Robinson, un artista di origini tedesche che interviene con una minuziosa opera di taglio, pagina dopo pagina, su antichi libri illustrati ottocenteschi lasciando solo certe figure ed eliminandone altre, con risultati stupefacenti».

Con che criterio associa gli elementi all’interno di ogni “Teatrino”? E cosa la motiva a realizzarli?
«Certamente non un criterio logico: alla base di ogni teatrino sta proprio l’illogicità. Se un senso o un racconto si possono ricavare, questi sono sempre a posteriori. Detto questo, il criterio è puramente estetico, grafico. Quanto alla motivazione, si tratta di soddisfare un puro e semplice piacere personale: quello di costruire manualmente un oggetto, ai limiti tra creazione artistica e bricolage».

Da dove ricava le immagini che utilizza per questi lavori?
«Da antiche stampe, vecchie enciclopedie, atlanti, testi di anatomia, ecc. Ho la fortuna di poter attingere a una biblioteca di famiglia piuttosto fornita in questo senso. Ultimamente mi avvalgo anche di siti internet che forniscono immagini di tutti i tipi copyright-free. Però scovare la figura giusta spulciando vecchi libri mi risulta molto più gratificante».

Quanto tempo richiede la realizzazione di questi teatrini?
«Direi che la parte più impegnativa è la ricerca delle immagini da utilizzare ed il modo di rapportare le une alle altre all’ interno di ogni composizione. Una volta terminata questa fase, che può comportare anche giorni di meditazione e ripensamenti, la costruzione pratica dell’oggetto procede veloce. Si tratta di un lavoro di taglierino, forbici, colla che non richiede particolari capacità tecniche ma solo una buona dose di pazienza ed accuratezza».

Di quali materiali sono fatti?
«Carta, cartoncino, colle di vario tipo. Per la struttura esterna, cioè la “scatola” che racchiude il tutto, inizialmente usavo legno o anche vecchie cornici. Ora invece utilizzo il carton-legno che è ugualmente robusto ma si lavora con più facilità. Mi rendo conto che si tratta di materiali di facile deperibilità: questi teatrini andranno incontro ad un deterioramento abbastanza rapido, soprattutto se esposti a luce, polvere, sbalzi termici, ecc. Mi consolo pensando che forse un aspetto “vissuto” conferirà loro un tocco di fascino in più».

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