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I prodotti tipici del territorio

due visioni totalmente contrapposte

I prodotti tipici del territorio

due visioni totalmente contrapposte

Anche quest’anno è arrivato l’autunno. E con l’autunno, puntuali come le foglie che cadono, arrivano le fiere. Stand, degustazioni, mostre mercato. Il profumo della tradizione, il calore dell’identità territoriale, il fascino del chilometro zero. In questo numero diamo voce a chi questi prodotti li coltiva, li promuove, li difende e intervistiamo Mauro Alpagotti per capire se e quanto queste produzioni siano davvero sostenibili. Ma qui, in queste righe, proviamo a mettere sul tavolo il dilemma. Perché attorno ai prodotti tipici d’autunno si fronteggiano due narrazioni opposte, entrambe credibili, entrambe argomentate. E forse è ora di guardarle in faccia, tutte e due. La tesi iniziale è semplice: salvare i sapori significa salvare il territorio. Partiamo da chi difende questi prodotti. E lo fa con argomenti tutt’altro che retorici.

  1. La biodiversità non è folklore, è scienza.
    Ogni varietà locale che si perde è un patrimonio genetico che scompare per sempre. In un’epoca di cambiamenti climatici e fragilità delle monoculture globali, mantenere varietà adattate al territorio è resilienza, non semplice nostalgia. Le piante che hanno attraversato secoli di selezione naturale in queste valli hanno caratteristiche uniche di resistenza, adattamento, qualità nutrizionale. Perderle sarebbe come bruciare una biblioteca.
  2. l’economia non è solo il prezzo al chilo.
    Chi produce zucche sante, noci feltrine o marroni non sta facendo beneficenza. Sta costruendo filiere corte che trattengono valore sul territorio. Ogni euro speso in un prodotto locale genera ricadute moltiplicative: resta nelle tasche di chi vive qui, alimenta altre attività, mantiene vivo il tessuto sociale. Le fiere sono sì delle vetrine, ma anche motori economici che attirano interesse, turismo, creano indotto, danno visibilità alla valle. Senza questo, cosa resterebbe? Supermercati e spopolamento.
  3. l’identità culturale ha un valore concreto.
    In un mondo globalizzato e omologato, i territori che mantengono la propria specificità sono quelli che vincono. I prodotti tipici sono elementi distintivi che possono fare la differenza nelle scelte di residenza, investimento, turismo. Le tradizioni non sono palle al piede: sono asset strategici. Chiedete ai francesi cosa vale il loro patrimonio enogastronomico.
  4. Chi lavora la terra merita rispetto, non assistenzialismo.
    I produttori di varietà locali non chiedono elemosine. Chiedono che il loro lavoro (più faticoso, più rischioso, meno standardizzato) venga riconosciuto economicamente. Se costa di più, è perché vale di più: in qualità, in sostenibilità ambientale, in tracciabilità. Il problema non è il prezzo “alto” di questi prodotti: è il prezzo “basso” della grande distribuzione, ottenuto con sfruttamento e insostenibilità.

L’antitesi: il rischio dell’autoreferenzialità. Dall’altra parte c’è chi invece guarda gli stessi fenomeni e vede tutt’altro.

  1. Il privilegio del locale.
    Dire che i prodotti tipici “costano di più perché valgono di più” è vero. Ma è vero anche che questo li rende accessibili solo a una fetta ristretta di popolazione. La famiglia media bellunese, quella che fa i conti ogni mese, questi prodotti se li può permettere una volta all’anno. Alla fiera. Il rischio concreto è che la biodiversità diventi un lusso di classe, che il chilometro zero sia roba da benestanti. E questo crea una frattura sociale pericolosa: da una parte chi può permettersi l’identità territoriale, dall’altra chi no.
  2. l’ambiguità della tradizione.
    Ma siamo sicuri che stiamo salvando davvero la cultura contadina? O stiamo costruendo una versione edulcorata, romanticizzata, adatta al consumo turistico? I contadini di un tempo coltivavano per necessità, non per identità. La zucca era calorie, le castagne erano pane. Il culto del “prodotto tipico” è un fenomeno contemporaneo, legato più all’estetica del cibo che alla sua funzione. Le fiere rischiano di essere celebrazioni nostalgiche di un mondo che non c’è più, o peggio, che non è mai esistito nei termini in cui lo raccontiamo.
  3. la sostenibilità dei numeri.
    La biodiversità ha valore, questo è pacifico. Ma a che costo economico e in termini di opportunità perse? I fondi pubblici e privati investiti per mantenere varietà che rendono poco e hanno mercati di nicchia non potrebbero essere usati per innovazione, tecnologie agricole moderne, ricambio generazionale? La Valbelluna ha bisogno di musei agrari o di un’agricoltura che faccia vivere dignitosamente chi ci lavora? È una domanda brutale, ma legittima: quanti giovani tornano davvero a coltivare i prodotti tipici?
  4. il folklore come distrazione.
    Le energie assorbite da fiere, sagre e manifestazioni sono enormi. Organizzazione, promozione, fondi pubblici, volontariato. E mentre tutti siamo impegnati a celebrare l’autunno, i problemi strutturali restano intatti: spopolamento, mancanza di servizi, abbandono della montagna. Il rischio è trasformare la valle in un parco tematico per turisti della domenica, in un set fotografico stagionale, mentre la vita vera, quella di chi ci abita trecentosessantacinque giorni all’anno, langue.
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