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I primi passi dell’uomo nel bellunese

Le ricerche sul Monte Avena

I primi passi dell’uomo nel bellunese

Le ricerche sul Monte Avena

Nel 1975 uscì il volume “Guida alla preistoria italiana” curato dal prof. Radmilli. Nelle pagine dedicate alla provincia di Belluno si poteva leggere: “Prealpi Bellunesi e Feltrine. In superficie industrie litiche di età imprecisata. Le grotte di San Donà di Lamon e Sas Bragadi dei Maserei (ricerche G. Dal Piaz 1920) hanno dato fittili di età imprecisata”.

Sulla scorta di queste informazioni, Carlo Mondini e Aldo Villabruna, due giovani bellunesi appassionati di preistoria e appartenenti alla neonata Associazione degli “Amici del Museo” di Belluno, immaginarono che anche la provincia di Belluno potesse essere stata frequentata dall’Uomo preistorico. Questa loro supposizione era avvallata dal fatto che le due regioni limitrofe, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, avevano restituito testimonianze e reperti appartenuti all’Uomo preistorico; pertanto i nostri ricercatori locali si mossero alla ricerca di qualsiasi indizio potesse dimostrare tale ipotesi.

Le ricerche iniziarono proprio là dove il Radmilli segnalava “Industria litica di superficie di età imprecisata”.

I primi ritrovamenti
I risultati non tardarono ad arrivare. L’esecuzione di lavori di sterro sul Monte Avena, per il ripristino della carrareccia che conduceva alla Malga Campon, portarono in luce alcuni manufatti. Carlo e Aldo li riconobbero come utensili preistorici dell’Aurignaziano, cioè selci scheggiate dall’Uomo Sapiens nella fase iniziale del Paleolitico superiore, circa 30.000 anni fa.

Questi pochi “sassi” furono mostrati al Prof. Broglio dell’Università di Ferrara (uno dei maggiori studiosi di preistoria in Italia) che ne rimase stupito e interessato tanto da organizzare subito una campagna di scavo per approfondire le ricerche e la conoscenza della frequentazione dei nostri antenati preistorici.

Seppure limitate a pochi metri quadrati, le campagne di scavo misero in luce una quantità notevole di reperti litici (parecchie migliaia), documentando, fase per fase, la produzione di manufatti e degli strumenti necessari per le attività quotidiane di allora.

Il Sapiens, che raggiunse la sommità del Monte Avena circa 30.000 anni fa, non lo fece solo per motivi venatori, ma anche, forse esclusivamente, a scopo minerario. Infatti, lo scavo mise in luce una complessa ed articolata attività di sfruttamento e lavorazione della selce.

La “catena di smontaggio”
Dallo scavo effettuato, gli studiosi hanno dedotto che le comunità preistoriche che soggiornavano sulla superficie del Monte Avena usavano, per la costruzione dei propri strumenti, una tecnica che possiamo definire “catena di smontaggio”.

Questa pratica consisteva nell’estrarre da una piccola paretina rocciosa degli arnioni in selce che, dopo essere stati portati poco più in là, venivano “testati” per verificare la qualità del materiale. Successivamente gli arnioni che avevano superato la prova venivano trasportati non lontano per essere frantumati in parti più piccole e consone alla scheggiatura. In seguito, in un’area limitrofa, si svolgeva la scheggiatura degli arnioni trasformandoli in nuclei, dai quali venivano estratte grosse lame che potevano essere utilizzate integralmente o, per mezzo di un ulteriore ritocco sui bordi, trasformate in strumenti utili alle loro specifiche attività: grattatoi, raschiatoi, bulini, ecc.

Lo scavo archeologico del Monte Avena permise di studiare e comprendere in pieno le tecniche di scheggiatura dei nostri antenati. Gli studiosi provarono a far combaciare i frammenti di selce tra loro (circa 11.000) e riuscirono a ricostruire il nucleo originario dal quale, 30.000 anni fa, furono staccate le schegge, alcune delle quali, trasformate poi in strumenti.

Quando in un’ambiente delimitato vengono compiute, sullo stesso manufatto, operazioni diverse, in tempi differenti, in spazi limitrofi, questo luogo assume il nome di fabbrica.

La “fabbrica” del Monte Avena è una delle più antiche al mondo che si conosca.

Il passaggio di culture diverse
Durante lo scavo archeologico, venne eseguito un approfondimento tramite un altro saggio di un solo metro quadrato. Alla profondità di circa un metro e cinquanta, vennero alla luce tre reperti che, culturalmente, non appartenevano al tipo umano fin allora studiato ma, molto, molto più antico. Infatti si scoprì che erano strumenti “Musteriani” cioè scheggiati dall’Uomo di Neanderthal del Paleolitico medio oltre 50.000 anni fa.

La cima del Monte Avena è stata testimone del passaggio di due culture umane che si perdono nella notte dei tempi.

Le evidenze archeologiche si sono conservate grazie ad un evento geologico più unico che raro; infatti, il Monte Avena, avendo una quota di 1.450 m. s.l.m., non è stato raggiunto dal ghiacciaio del Piave che, anche nella sua espansione massima, lambiva il monte a 800 metri o poco più. Se il ghiacciaio fosse stato più alto avrebbe sconvolto ed asportato i depositi preistorici; invece, oltre a trovarsi ad un’altezza inferiore, il vento glaciale fece trasportare e depositare sulla sommità del monte uno spesso strato di sabbia (loess) che suggellò, come in uno scrigno del tempo, i “tesori” che i nostri antenati ci avevano lasciato in eredità a testimonianza del loro passaggio.

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