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I pastori

I pastori

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri…

Così scriveva il vate D’Annunzio nel celebre inizio della sua poesia “I pastori”. Li abbiamo anche noi, i pastori, a Roncoi di San Gregorio nelle Alpi. Sono i signori Pauli, padre e figlio e governano un gregge di ben 400 pecore.
Massimo è un giovanotto di 37 anni, che ha iniziato a seguire il padre da quando ne aveva 18. Rispetto la sua privacy: non gli chiedo come vive, dove dorme e non gli pongo altre domande, la cui risposta vorrei tanto conoscere, ma da quello che intuisco è che gli va bene così.

La loro transumanza inizia dalla Valsugana; non arriveranno “all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti”, non conosceranno “il tremolar della marina”, si fermeranno alla bassa Trevigiana e lì trascorreranno l’inverno per poi tornare a casa con tutto il gregge che nel frattempo è aumentato forse di altri 100-150 agnellini. Con le pecore ci parlano, hanno il loro linguaggio, secondo me le conoscono anche tutte per nome.

In braccio tiene due agnellini che sono nati questa notte e li aiuta, la loro mamma è lì vicino. Hanno la mappa del percorso scolpita nella loro memoria, le soste, i posti dove troveranno l’erba più buona per le loro pecore, ed il padre lo tramanderà al figlio.

Vale la pena spendere due parole per i loro cani. Mi riferisco a “Bari”, quello più giovane: di un anno e mezzo, non molto grande, nero con due occhi attenti e ipnotizzanti, sempre vicinissimo a Massimo che guarda in continuazione in attesa di un cenno, di una modulazione magari con un fischio, pronto ad esaudire un comando. Sta imparando tutto dall’altro cane, forse suo padre, si assomigliano come due gocce d’acqua.
L’ho visto scattare, in un attimo, percorrere tutto il perimetro occupato dal gregge, per raggrupparlo e poi ritornare a fianco della gamba del suo padrone in attesa di una carezza che raramente arriva, una spazzolata ancor meno.

E contemporaneamente mi è venuta in mente quella signora che ogni tanto vedo a Santa Giustina mentre porta a passeggio il suo cagnolino e, adesso che si sono abbassate le temperature, lo copre con un cappottino imbottito ed impermeabile. Cerca lui di correre via ma non può, perché il guinzaglio ha un pulsante che non lascia scorrere la fune più di tanto e questa povera bestia può muoversi soltanto di 6/7 metri sì e no. Starò attento se, calando ancora di più la temperatura in questi giorni, gli metterà anche i guantini. Povero, in compenso lui di carezze e di attenzioni ne ha a bizzeffe.

Questo avrei voluto fosse il finale per farvi sorridere… invece mi chiedo quanti sono i giovani d’oggi che affronterebbero una vita così. Una vita fatta di privazioni, di difficoltà, sempre all’aria aperta con qualsiasi tempo, pioggia, vento, freddo, mangiando non so cosa, un bagno chissà quando, dormendo sotto le stelle o dentro un furgone, per non parlare degli affetti. Amici forse quando ritorna alla base… quante ragazze accetterebbero di condividere la vita con una persona così? E poi la cosa secondo me più importante, la solitudine. Massimo è più felice nella solitudine, così può pensare alle cose mentre tra la gente sarebbe costretto a pensare agli uomini, ed ha capito anche che non troverà mai un compagno più socievole. Non parliamo di computer, televisione, Internet e Play station. Ma di una vita onesta soprattutto; e forse per lui una vita che non consiste nel semplice essere, ma soltanto nel continuare a vivere giorno dopo giorno. Un plauso.

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