L’emigrazione bellunese verso il Belgio da un nuovo punto di vista: quello della società che l’ha vissuta. Cosa ha significato allora, e cosa rappresenta ancora oggi per molti. È un ritratto completo, puntuale, attento, non solo fotografia storica ma anche base di riflessione per l’attualità, quello che ne fa Egidio Pasuch ne “I neri fantasmi di Marcinelle” (edizioni Bellunesi nel Mondo), edito di recente.
“Cos’ha rappresentato per la società bellunese? Quando è cominciata davvero? Di che natura è stata e che proporzioni ha assunto via via?”, sono alcune delle domande che si pone l’analisi. E ancora: “Cosa resta, oggi, di quell’emigrazione, così importante soprattutto negli anni drammatici del dopoguerra?”.
L’autore ricostruisce il fenomeno attraverso i molteplici racconti, le storie e le numerose esperienze individuali, spesso anche tragiche, di un secolo di emigrazione verso quello che in passato era stato definito il “Paese Nero” e la “Terra di Caino”. Una triste e drammatica pagina di emigrazione che ha coinvolto alcune migliaia di italiani, rappresentata dalla tragedia di Marcinelle (8 agosto 1956) che causò la morte di 262 minatori, di cui 136 italiani, tra i quali si ricorda Dino Della Vecchia, originario di Sedico.
Nel libro, Pasuch esamina anche il ruolo della stampa locale, che inizialmente sostenne con entusiasmo l’emigrazione verso una realtà percepita come vicina per cultura e religione. Con il tempo, però, l’entusiasmo si spense, soprattutto di fronte alle prime vittime e all’aprirsi di nuove possibilità migratorie. Questi cambiamenti segnarono una riduzione progressiva dei flussi verso il Belgio.
L’indagine, che ha preso spunto da un episodio famigliare che ha coinvolto l’autore, si è basata su giornali, resoconto dell’epoca e testimonianze di parenti di persone scomparse.