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I Casàl de Busa Parè

Il riscatto dalla povertà con l’emigrazione

I Casàl de Busa Parè

Il riscatto dalla povertà con l’emigrazione

Anni 20 del secolo scorso. Dall’unione tra Antonio Casal, classe 1896, e Amalia Castellan, classe 1897, nascono sei figli: Flora (1923), Gino (1925), Ugo (1928), Augusto (1930), Maria (1932) e Luigina (1937).  Vivono a Busa Parè, una frazione di San Gregorio nelle Alpi poco sopra Alconis, composta da una casa (!) con due nuclei familiari, i Casal appunto e i Cassol, conosciuti come Rossi, imparentati in qualche maniera.

Niente, non c’è niente. Niente acqua (una fontana), niente luce, niente servizi igienici, terra sul pavimento e niente camino sulla stufa… il fumo esce dalla finestra! Una rete di sentieri e mulattiere per salire da Paderno e poi su verso il monte Fornel e Roncoi o le frazioni alte di Sospirolo. Qualche coltura e un paradiso di alberi da frutta unitamente a qualche bestia, domestica e selvatica. I figli crescono con sacrifici, ma molto uniti. 

Già da bambini, come consuetudine in quegli anni, contribuiscono ai fabbisogni della famiglia e appena cresciuti cercano nuove strade. E qui iniziano gli abbandoni per cercare fortuna nel mondo del dopoguerra: Flora va nel milanese, Gino parte per l’Argentina, Ugo per le miniere del Belgio, Augusto in cava in Svizzera, Maria rimane a Paderno e Luigina gira per la provincia bellunese. 

Tutti ritornano col tempo alla loro terra natia tanto amata tranne Flora, che si stabilisce a Milano, e Gino, che mette su famiglia in Sud America. Quest’ultimo dopo un inizio da muratore, vivendo in un garage, riesce ad aprire un ferramenta a Cordoba. In Italia tornerà solo tre volte. Nascono quattro figli, Barbara, Annamaria, Fabio, Gabriella, dall’unione con  Pierina Troian, una ragazza di Maras di Sospirolo che conosceva e aveva invitato a raggiungerlo, dopo averlo sposato per procura, con papà Antonio.  Il tempo si è portato via Gino insieme a Ugo, Flora, Luigina e recentemente anche zia Maria. 

È qui che nasce la storia dei Casal argentini, alcuni dei quali mai hanno visitato l’Italia pur essendovi molto legati.

“VOLVER A BUSCAR LOS ORÍGENES”
Non essere mai andati in Italia, ma, prima di morire, voler conoscere le proprie origini. Questa volontà era viva in tutti i nostri emigranti che, dalla fine del 1800 agli anni 50 del secolo scorso, hanno continuato a tracciare la rotta delle Americhe. Per i primi emigrati, quelli della “barca a vapòr del 1875”, rivedere l’Italia rimase solo un sogno e un dolore mai rimarginato; per quelli che sono andati a cercar fortuna dopo la Seconda guerra non è stato impossibile ritornare.
Per Fabio Casal, classe 1964, la moglie Silvia e i figli Candela e Tomas è stata la prima visita all’Italia. Stanno finendo la cena in casa di Augusto, l’unico zio maschio rimasto, attorniati dai cugini. L’emozione dell’incontro si taglia a fette. Fabio ha gli occhi perennemente lucidi. È tornato a scoprire le sue origini, i luoghi dell’infanzia di suo padre, le case dei nonni, e conoscere lo zio Augusto, la zia Maria (deceduta subito dopo la sua ripartenza), oltre ai tanti cugini italiani.

Gino, il padre, era partito a 25 anni da solo con destinazione Cordoba (Argentina), dove si stava costruendo una diga. Era il 1950. Si sposò per procura con la “morosa” Pierina Troian lasciata in Italia, che così potè raggiungerlo un anno dopo per congiungimento di coniugi. Tutti i figli sono nati in Argentina e qui sono cresciuti con le loro famiglie.

Fabio non parla italiano, ma i suoi sentimenti si comprendono anche senza traduzione: «Ho deciso di venire qui con tutta la mia famiglia, compresi i ragazzi che stanno attualmente studiando a New York e in Spagna, per conoscere le mie origini; volevo vedere lo zio Augusto che ha una somiglianza incredibile con mio papà. Quando l’ho visto, mi sono venuti i brividi pensando a mio padre che è morto qualche anno fa. Ho rivisto la faccia “de mi viejo Gino. Qué emoción!”». Interviene la signora Silvia: «Ieri ci siamo radunati con tutti i cugini Casal, eravamo oltre 18. La grande famiglia riunita. Anche a me ha fatto un certo effetto vedere Augusto, uguale a mio suocero, e così pure la zia Maria, che assomiglia molto ai nonni mai conosciuti di persona. Emozionante vedere le mani di zia Maria che sono uguali a quelle delle sorelle di Fabio».

Una vera scoperta di un Dna che si trasmette e mantiene, nonostante le distanze. «Dovevamo venire per almeno un mese perché l’Italia è lontana e dovevamo prenderci il tempo per conoscere bene non solo le città d’arte, anzi! Oggi siamo stati a vedere le case dei nonni ad Alconis. “El cumplimiento de un sueño.” Gino raccontava del grande sacrifico di aver lasciato l’Italia il suo paese, Pierina non rivedette mai più i suoi genitori… “Nunca mas!”».

In queste parole di Silvia si racchiude e si manifesta la sofferenza di tantissimi italiani che partirono senza ritorno, ma che vissero con grande dignità e laboriosità, trasmettendo i valori forti del loro destino ai figli, tant’è che la famiglia di Fabio è una famiglia agiata di grandi lavoratori, un altro esempio del “fenomeno Nord-Est” a 12 mila km dal Veneto, nonostante la fragilità economica dell’Argentina e della sua incredibile inflazione al 100% annuo.

I GIOVANI
Ma a spingere papà e mamma a visitare l’Italia è stata Candela che negli USA sta studiando come designer di moda e già l’anno scorso è arrivata da sola partendo da New York alla scoperta del suo cognome Casal. «Dopo il primo viaggio ho insistito con i miei genitori affinché decidessero di venire in Italia a conoscere le loro origini». Già! È proprio vero che i giovani sono il futuro, in ogni parte del mondo.

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