Una volta, nei borghi, si viveva male. Ma si viveva.
Ora, nei borghi, si fotografa bene. Ma non ci vive più nessuno. Ecco la cruda verità: i borghi di mezza montagna sono pieni di fascino, ma vuoti di gente. Ci fanno commuovere, ci fanno sentire “autentici”, ci fanno postare #slowlife. Poi torniamo a casa, in pianura, con la connessione a 5G e l’asciugatrice. Una vita dura… ma per scelta o per mancanza di alternative? Diciamolo: la vita nei borghi era una fatica bestiale. Freddo, neve, fieno da tirare su a spalla, latrina in cortile, scuola a piedi, e bestie da accudire anche a Natale. Ma perché la gente rimaneva nei borghi? Cocciutaggine? Perché non conoscevano altro? Perché erano prigionieri del “si è sempre fatto così”? Oppure, sotto sotto, c’era qualcosa che noi abbiamo perso: un legame profondo con la terra, con la comunità, con un tempo più lento. Una vita più dura, sì. Ma anche più vera?
In questo numero raccontiamo Fumegai, un borgo che è morto tre volte. Eppure, ci torniamo. A fare memoria, a fare domande, a fare foto. A fare finta, forse. Per contro parliamo di Carve che, invece, resiste. Sono solo due esempi dei tanti che potremmo fare: a Gena, in Val del Mis, si prova a ricostruire una comunità. A Le Croci, sopra Feltre, si sente solo il silenzio. Testardi, pochi, quelli che non mollano. Ma è eroismo o ostinazione fuori tempo massimo? Vale la pena resistere se intorno tutto crolla, o è proprio lì che inizia una rinascita?
E allora? Cosa vogliamo farne di questi borghi? Li musealizziamo e ci costruiamo un “eco resort con spa”? Li lasciamo marcire con dignità, fingendo che un giorno torneranno a vivere da soli? O ci mettiamo finalmente la testa e diciamo: vogliamo salvarli, ma non per nostalgia, per visione? Politiche, fondi, parole… e intanto la gente sparisce. Il presidente della Provincia, Roberto Padrin, ce lo ha detto chiaramente: soldi ce ne sono, ma usarli è un’odissea. Tra comuni con 100 abitanti e 34 eredi da rintracciare per una casa diroccata, la burocrazia vince sempre.
Ci siamo rammolliti? O abbiamo capito qualcosa in più? Ecco la vera domanda.
Noi, figli e nipoti di quei contadini testardi, siamo molli? O siamo solo più lucidi? Loro si spaccavano la schiena per tirare avanti. Noi prenotiamo il biologico a domicilio. Loro stavano dove erano nati, senza mai chiedersi se avevano alternative. Noi cambiamo città, lavoro, vita con un click. Chi ha ragione? Chi ha tradito cosa?
I borghi sono vivi se ci abita qualcuno. Il resto è archeologia sentimentale.
Possiamo inventarci il turismo esperienziale, le camminate con l’asino, i workshop di caseificazione slow. E allora, la domanda finale è questa: vogliamo salvare i borghi per farli vivere o per sentirci meno in colpa per averli lasciati morire? In questo numero di Il Veses, non troverai risposte semplici. Troverai storie. Alcune di rinascita. Altre di resa.
E troverai soprattutto una domanda che non puoi ignorare: I borghi sono davvero finiti o siamo noi a non essere più capaci di viverci?