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Gianni Palminteri

l’energia della grande arte

Gianni Palminteri

l’energia della grande arte

Gianni Palminteri è stato un artista che ha vissuto la grande corrente di rinnovamento dell’arte del dopoguerra italiano frequentando gli epicentri del cambiamento culturale nazionale, tra cui Venezia e Milano e, al contempo, non abbandonando mai la dimensione naturale e raccolta di Feltre, del Feltrino, della Val Belluna e di altre campagne italiane.

Questa alternanza, non è l’unica che ne compose la personalità originale, amata dal pubblico dell’epoca. Infatti era dotatissimo sul piano atletico al punto da diventare portiere della Feltrese e ingaggiato poi dall’Inter nel 1948.

Ma il destino aveva altro in serbo e infatti, come spesso è accaduto nella storia dell’arte (se pensiamo a Toulouse-Lautrec e Frida Kahlo per citarne solo alcuni), un incidente di gioco gli chiuderà per sempre la carriera calcistica, aprendo le porte all’arte, approfondita nei lunghi mesi di convalescenza a letto.

Da quando prende deliberatamente in mano il pennello si avvicina agli artisti locali che come lui si affacciavano sul palcoscenico delle grandi sperimentazioni informali e astratte del dopoguerra. Così nei primi anni Cinquanta iniziano le lunghe discussioni notturne con l’amico Tancredi e, più tardi con lo scultore Soppelsa a scambiarsi riflessioni ed esperienze. Dei tre è il più energico, trascinatore irresistibile per trovate e comicità, dentro l’atmosfera dadaista di cui era un inconsapevole protagonista. A Feltre divenne ben presto un modello di eccentricità e originalità.

Nel 1952 si allontana da Feltre per andare a Venezia a vivere una sorta di bohème moderna. Nel 1954 si diploma al Corso Libero del Nudo dell’Accademia di Belle Arti.

Ma la sua anima era duplice e oltre alla potente forza creatrice delle sue opere, nascondeva un tratto sensibilissimo e raffinato, celato ai più, ma emergente nelle sue tele. Basti pensare ai Paesaggi di Feltre e dintorni degli anni 60 e poi degli anni 80, a quelli della campagna vicentina degli anni 70, a quelli della campagna in Sabina degli anni 90. In lui energia maschile e femminile si sono sempre confrontate, ora col prevalere dell’una, se pensiamo ai monumentali Tuffi degli anni 50, ora dell’altra se guardiamo alle Nature morte.

Quando nel 1969 si trasferisce a Milano, lo scrittore Dino Buzzati gli dedica un articolo sul “Corriere Della Sera” in cui lo paragona al leggendario pittore Zeusi dell’antichità greca perché una quaglia, entrata dalla finestra, si era posata per più giorni sui suoi paesaggi dipinti, preferendo quell’armonia al rumoroso traffico milanese…

In questi anni Palminteri compie un passo del tutto antistorico, coraggiosissimo che lo pone altrove rispetto al flusso dell’arte internazionale contemporanea.

A Venezia aveva conosciuto gli artisti Vedova, Santomaso, Christo, lo scultore svedese Axel, si era avvicinato a Peggy Guggenheim che incontrava a Palazzo Venier dei Leoni con Tancredi… Eppure rifiuta di seguire Siqueira nella neonata capitale Brasilia dove avrebbe decorato la città con i suoi affreschi e sceglie di tornare a studiare i primitivi: nel 1965 si reca in Toscana sulle orme di Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Pisanello, Pietro e Ambrogio Lorenzetti.

Invece che alimentarsi ad una cultura pittorica di formazione americana si riaccosta ai dati delle fonti naturali: paesaggio e uomo. Ricomincia daccapo. Fondando un personalissimo umanesimo fuori dal tempo e universale che ancora oggi ispira molti.

L’arte di Palminteri era con lui sempre, potente e contagiosa quando gli stavi vicino sentendolo improvvisare al pianoforte, declamare una sua poesia, guardandolo tracciare con due segni il tuo ritratto o delle mele selvatiche appena raccolte. Un invito perenne a scoprirlo e riscoprirlo.

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31/07/2024

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