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Fabrizio Barbi

frammenti di conoscenza

Fabrizio Barbi

frammenti di conoscenza

Fabrizio Barbi (Belluno, 1962-Belluno, 2007) avrebbe compiuto 60 anni e vogliamo ricordarlo in questo momento attraverso le opere che ci ha lasciato e che sono la testimonianza, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, di un uomo sensibile e caparbio, di un artista raffinato e profondo.

Formatosi da autodidatta, Barbi è stato un attento interprete della natura, ha ricercato in modo incessante e convinto un codice linguistico che potesse tradurre le memorie e le storie dell’esistenza, un’esistenza forgiata dalle emozioni, dai ricordi, dagli stupori, dalle sofferenze, dai confronti con se stesso e con gli altri. L’interesse per la realtà lo ha portato a trovare nella materia il legame basilare con la quotidianità e, nel processo di stratificazione o di decantazione delle idee e delle emozioni, la modalità espressiva dell’interiorità.
Mai sazio di conoscenza, Barbi ha lavorato rapportandosi con l’arte contemporanea per avere dei punti di riferimento da cui partire alla scoperta di nuove dimensioni interiori e sconosciute. Così accanto alla grafica, della quale padroneggiava egregiamente la tecnica, l’acquerello è sempre stato uno dei mezzi privilegiati di comunicazione, perché gli ha permesso di imprimere sulla carta l’inafferrabile senso di immensità spazio-temporale.

L’acquerello ha espresso sicuramente l’aspetto più ludico e poetico dell’animo di Barbi, in particolare quello di piccolo formato, nel quale la freschezza incantata delle tinte ha dato origine a vibranti emozioni. Sembrano pagine di un libro e, a sfogliarle, inevitabilmente si viene coinvolti in un viaggio fantastico attraverso l’esistenza. Il filo conduttore è sempre la natura, con le sue seduzioni cromatiche e luminose, che l’artista ha tradotto in forme-colori costruite sulle carte porose per mezzo di grumi, sovrapposizioni e coaguli magmatici di sostanza. Assieme ai pigmenti sono addensati sabbie e frammenti di materiali, a ribadire l’aspetto più concreto della realtà che prende il sopravvento sull’immaginazione.

Gli spessori assumono una valenza di rilievo, i segni appena accennati diventano energiche incisioni e l’apparente leggerezza e fragilità dell’opera si trasforma in una forte espressività.

Barbi ha amato lavorare per cicli, affrontando di volta in volti i temi prestabiliti su cui ragionare in modo attento ed approfondito: l’acqua, l’aria, il legno, la terra, la luna. Accanto all’esperienza diretta si è imbevuto di lettura, di poesia, di dialoghi, come di una necessaria linfa esistenziale nel cammino verso l’introspezione.

Rammentando alcune chiacchierate durante lunghe e piacevoli serate, ricordo che l’artista associava la trasparenza diafana delle tinte ad acqua alla precarietà della vita, mentre gli interventi con la materia al significato fisico e tangibile del nostro essere al mondo. E pian piano, nel corso della sua ricerca, la concretezza ha preso il sopravvento; nell’ultimo ciclo dedicato alla luna, Barbi ha inserito l’acciaio, ulteriore passo avanti verso una ricerca di espansione spaziale, tridimensionale e, se vogliamo, di appropriazione, di coinvolgimento diretto del fruitore.

Come diceva lui stesso: “Non è la materia ad essere pesante, ma l’uso che se ne fa”, un uso purtroppo bruscamente interrotto, che ha ci ha lasciato con qualcosa in sospeso ancora da dire.

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