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Emilietta Cibien di Castion

Vicina ai giovani e alle persone disabili, a 89 anni è ancora un punto di riferimento

Emilietta Cibien di Castion

Vicina ai giovani e alle persone disabili, a 89 anni è ancora un punto di riferimento
Emilietta De Bona Cibien

Volontariato diffuso ovunque, segno distintivo di una nazione ancora tutto sommato molto solidale. Fenomeno tutto italiano invidiato da tutta Europa, copiato da mezzo mondo. Ma da dove parte? È sicuramente retaggio di un popolo che fino agli anni 60 viveva in maggioranza in povertà, del lavoro faticoso della terra, di emigrazione. Questo contesto secolarizzato di ristrettezze economiche ha creato nella popolazione un forte senso di solidarietà e di condivisione del poco. Aiutarsi perché c’è sempre qualcuno che sta peggio di te e “parché non se sa mai de chi che se ha bisogn”. Ora l’Italia è una delle sette potenze economiche mondiali, il livello economico medio delle famiglie è tra i più alti al mondo, anche se ci sono ancora delle sacche di povertà e di indigenza; questo spirito solidale sopravvive, i bisogni ci sono ancora anche se cambiati.

C’è tanto volontariato attorno a noi. Il più evidente, perché istituzionalizzato, è quello della Protezione civile, ma quello meno evidente è il più diffuso: volontariato silenzioso, discreto, senza divise ufficiali, che sorregge le sorti di questa nazione. Esso è fatto di persone che pensano agli altri prima che a se stessi. Basti pensare all’assistenza ai malati terminali, agli anziani, alle persone in comunità, ai diversamente abili. L’elenco sarebbe infinito.
L’ESPERIENZA DI EMILIETTA
In questo mese dedicato al volontariato abbiamo portato in copertina Emilietta De Bona-Cibien di Castion, una donna che ha dato la sua vita per gli altri. Non vogliamo “celebrarla” ma raccontarla, non perché sia “unica”, semplicemente per narrare la sua esperienza.

«Io ho fatto quello che mi sentivo, quello che c’era bisogno in quel momento, la mia esperienza non è stata una storia ponderata, ma ho ascoltato il cuore». Rimasta vedova giovanissima di Giovanni Cibien, appena dopo il matrimonio, in vita ha “adottato” come fossero figli i tantissimi giovani che a lei si avvicinavano. Iniziò nella parrocchia di don Giuseppe Pierobon con i ragazzi del paese, a Crede (sopra Tassei) e poi a Bietèr, per poi proseguire a livello diocesano con don Giuseppe Andrich, vescovo emerito, dirigendo dal 1971 la colonia gregoriana di Palus San Marco ad Auronzo, dove passava praticamente l’estate intera, da giugno a settembre.

SAN MARCO AD AURONZO
L’accoglienza era aperta non solo a giovani della diocesi, ma anche un po’ da tutta Italia perché ovunque ci sono problematiche e c’è bisogno di aiuto. Emilietta, pur rivestendo il ruolo di direttrice, era molto “dentro” le attività che si svolgevano a San Marco, sia ludiche che ricreative, formative e anche spirituali. Eccetto il supporto di qualche adulto in casi come la gestione della cucina, lei sapeva valorizzare l’entusiasmo di giovani per il funzionamento della struttura: pulizie, servizio ai tavoli o prendendosi cura dei ragazzi o come assistente ai disabili. Ha saputo creare un forte senso di compartecipazione che poi è stata la grande forza di San Marco, una condivisione alla pari tra le figure senza gerarchie.

Fortemente supportata dalla presenza di don Giuseppe Andrich, ha creato un binomio coeso e importante. Grazie alla sua fermezza morale ha saputo affrontare con semplicità problematiche legate alle complessità adolescenziali, malattie, coppie, famiglie disgregate, famiglie troppo numerose, famiglie con difficoltà, amori iniziati e finiti. Tante coppie le ha portate al matrimonio e oltre, istaurando un rapporto di fiducia.

Emilietta è stata vicina a tutti e si è adattata ad ognuno senza pregiudizi. «I ragazzi mi hanno dato tanto, nella mancanza di mio marito e di esser sola, mi hanno dato tanta gioia ed affetto e ne sono davvero riconoscente».

Di professione insegnante elementare, dove ha saputo davvero esercitare il ruolo di vera “maestra del paese”, è entrata in contatto con persone portatrici di handicap e «ho sentito l’esigenza di mettermi a loro disposizione».

«Il valore maggiore della mia esperienza sta nella sua continuità»: così si esprimeva Emilietta quando ricevette dalla Città di Belluno il “Premio San Martino” nel 1978, che non voleva neanche ritirare perché non si sentiva degna. Sempre molto modesta e poco in “vetrina”, dice: «Non ho fatto nulla di particolare, ho solo dato il mio tempo, mettendomi a disposizione dei giovani che avevano esigenze e problemi particolari». Ecco, è proprio questa una delle grandi intuizioni di Emilietta: far vivere esperienze ai giovani assieme ad altri meno fortunati affinché riuscissero meglio a comprendere i bisogni degli altri, favorendo un’amorevole inclusione di tutti.

CARNEVALE DI CASTION
Emilietta è stata protagonista anche in un altro ambito, quello del Carnevale Castionese. «Ho preso in mano il comitato organizzatore del Carnevale dopo la morte di Luigino Cason, al quale ero molto vicina; sentivo che dovevo farlo per non perdere tutto ed è stato un bene perché l’abbiamo salvato». Pur in un ambiente, come quello dei carri, molto caratterizzato da figure maschili dei costruttori, Emilietta ha saputo far “Suo” anche il carnevale, proponendo spesso temi trattati nella precedente estate a San Marco, coinvolgendo tutti e valorizzando appieno la partecipazione delle scuole, facendo leva nell’aiuto delle stesse persone che con lei collaboravano a San Marco. In questo ambiente ci è rimasta per oltre trent’anni, ripescando, tra tante cose, anche la tradizione del “Campanòt” nel giorno di San Giovanni.
LA FESTA AL BORGO
Un’altra forte esperienza che ha caratterizzato Belluno e la nostra provincia è stata quella della “Città senza barriere”, celebrata per anni nel parco della villa del ristorante al Borgo della famiglia di Giuliano Viel ed in collaborazione con il Comitato d’Intesa. «Avevo avvicinato tante situazioni di casi di difficoltà e questa grande manifestazione aveva l’obiettivo scuotere le coscienze morali verso i problemi della mobilità ad ostacoli delle città». Un’iniziativa che aveva anticipato la “politically correct”, che adesso è diventato un dovere anche a livello urbanistico, con l’inclusione dei portatori di handicap nella vita sociale; fu un modo per far cambiare la mentalità anche alle famiglie che in passato abbandonavano nelle comunità questi sfortunati ragazzi. Emilietta ha avuto la genialità di inventare questi momenti; ebbe molto seguito perché dall’alto della sua autorevolezza sapeva “smuovere” anche i difficili meandri della politica.

Ancora oggi è un punto di riferimento e sostegno per gli altri, molti la chiamano, per un consiglio, un suggerimento, per ricever ancora una buona parola. In mezzo alla gente anche oggi.

Il suo segreto: «Donare, perdonare e compatire, ma soprattutto amare».

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