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Dugar ‘na olta

Dugar ‘na olta

Una volta i giochi dei ragazzi e dei bambini erano molto diversi da quelli del giorno d’oggi. Non esistevano PlayStation e telefonini con giochi capaci di occupare attenzione e memoria fino a diventarne a volte succubi, impedendo talvolta ai giovani di accorgersi che qualcuno sta loro parlando! Inoltre, i giochi sono diventati oramai individuali: non lasciano tempo a trovarsi in compagnia per un sano divertimento all’aria aperta. Fa eccezione solo il gioco del pallone che è diventato, in tanti casi, solo un modo di gareggiare e dimostrare la bravura dei calciatori.

Il pallone
Da ragazzo, anch’io e i miei amici eravamo appassionati del “nostro” gioco del pallone, che si realizzava in posti molto limitati, non avendo un vero campo di calcio; generalmente le nostre partite si giocavano davanti al sagrato o sul retro della chiesa, dove andavamo con la scusa del fioretto, a maggio, o alla coroncina, a giugno. A volte ci veniva concesso di giocare in qualche prato, dove per segnare la porta si piantavano due “frasche da fasoi” e una terza veniva issata come traversa; quest’ultima immancabilmente al primo tiro veniva colpita dal pallone e cadeva sulla testa del portiere! A delineare il limite del campo una fila de “maruz” che a fine partita dovevamo rifare perché erano completamente distrutti.

Ricordo che il primo pallone di cuoio (per noi una novità) l’aveva portato Bepin Gazzi da Milano, però aveva solo l’involucro esterno e così per poter giocare lo riempivamo di fieno. Immaginate le difficoltà nel fare i dribbling fra i “maruz” o ad effettuare tiri e passaggi, per non parlare dei colpi di testa, cosa da rimanere con qualche contusione sul capo! Comunque per noi giocare era un divertimento anche se alla fine della partita eravamo sfiniti.

I quatro cantoi e spuza
Ma vi erano anche altri giochi. I “quatro cantoi”, ad esempio, gioco che consisteva nel posizionarsi in quattro, uno per ogni pilastrino della scalinata, mentre un quinto stava in mezzo cercando di guadagnarsi la posizione di un pilastrino; questo nel momento in cui uno dei giocatori , effettuando uno scambio con un altro era troppo lento; questo era un gioco a cui prendevano parte anche le ragazze.

Come anche a “spuza cucioleta”, senza limiti di partecipanti: uno dei giocatori doveva “passare la spuza” ad un altro giocatore, raggiunto se questi non era veloce nell’accovacciarsi (cuciarse). Il gioco della semplice “spuza”, invece, consisteva in una continua corsa per cercare di toccare un altro giocatore passandogli l’olezzo!

Il liberato
Il gioco in assoluto più gradito, esclusivo dei maschietti, era il “ liberato”: partecipato da molti, metteva in risalto, oltre alla resistenza nel correre per non essere catturati, anche l’astuzia nel riuscire a liberare i compagni che erano stati catturati. Due o tre ragazzi (le guardie) dovevano catturare tutti gli altri (i ladri) e tenerli in una prigione virtuale fino alla completa cattura di tutti i partecipanti; ma era sufficiente che uno dei ladri in libertà desse la mano ad uno dei prigionieri per far sì che tutti gli altri fossero liberi, ed allora riprendeva la caccia! Era un gioco cui si giocava la sera e durava fino a notte inoltrata, generalmente interrotto dal “maresciallo carabiniere” che altri non era che una mamma arrabbiata perché non si andava a casa a dormire.

gli indiani
Ancora, si giocava agli indiani. A San Gregorio avevamo costruito giù nella valle un fortino con tanto di accesso, spalti e torre di vedetta (una piattaforma sulla cima di un “frassen”). Siccome ci eravamo organizzati con tanto di archi, frecce e copricapi da far invidia ai veri indiani (a scapito delle nostre galline cui periodicamente toglievamo le piume!), una volta ci siamo messi d’accordo con i ragazzi di Muiach per fare una battaglia, stabilendo come luogo il bosco di abeti in fondo al terreno della parrocchia verso Muiach (dietro la Masina).
Per evitare di farci male, avevamo stabilito di coprire la punta delle frecce; così, vi abbiamo messo un bel tappo di sughero arrotondato. Quando ci siamo trovati nel bosco per la battaglia, abbiamo visto i “nemici”, circa una dozzina, capeggiati da Guglielmo, con tanto di archi, costruiti con legni che sembravano manici di forche, e le frecce sicuramente ricavate da “frasche da fasoi” tolte da qualche campo. Ma non basta: sulle punte avevano messo dei “mozoi” di pannocchia lunghi dieci centimetri, che lasciavano bei segni sulla pelle nuda. Non ricordo chi abbia vinto alla fine la battaglia, ma sicuramente noi di San Gregorio siamo ritornati a casa con le gambe grattugiate dai “mozoi”.

Il nascondino e il campanon
Altro gioco aperto a tutti era il nascondino, da noi noto come “dugar a cuc”, tavolta ancora particato nel Grest.
Le ragazze generalmente avevano dei giochi molto più tranquilli come il “campanon”, ma sopratutto il gioco della pallina contro il muro; ci voleva una grande capacità nel farlo in quanto ogni passaggio (stabilito alla fine di una cantilena o filastrocca) prevedeva una seguente difficoltà sempre maggiore, come roteare su se stessi una o più volte, farlo su di una sola gamba, farlo con la schiena verso il muro ed addirittura con gli occhi chiusi!

La conta
Per stabilire chi doveva iniziare per primo un gioco, chi doveva stare sotto a “cuc” o chi, nel caso del “liberato”, era guardia o ladro, veniva fatta la conta, che sempre a mezzo di una filastrocca determinava con l’ultima parola il prescelto. Mi viene in mente una filastrocca di cui non sono mai riuscito a capirne il significato, ed è questa: “An dan – take tan / se ben – con paren / da – le ane / pune – take – bis”. Altre filastrocche erano “Sotto la cappa del mio camino…”; “ Palla pallina…” e tante altre tramandate dai nostri genitori.

Sicuramente questi giochi del passato non erano all’altezza tecnologica di quelli del giorno d’oggi, ma concedevano a noi ragazzi tanta iniziativa, libertà all’aria aperta e sopratutto unione e spirito di socialità.

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