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Dolomiti un Paesaggio Tutelato

un libro fotografico edito dalla Regione del Veneto

Dolomiti un Paesaggio Tutelato

un libro fotografico edito dalla Regione del Veneto

Ci è voluto un anno e mezzo di cammini, di scatti e di parole per portare a termine un progetto fortemente voluto dalla Regione del Veneto e da Marsilio Arte: un volume, appena uscito, dal titolo “Dolomiti. Un paesaggio tutelato”. Si è trattato di raccontare ancora una volta le Dolomiti, e la strada più facile era quella di scegliere l’estetica da cartolina, la banalità del racconto lirico.

Manuel Cicchetti, fotografo di fama, e Antonio Bortoluzzi, scrittore e accademico del Gruppo Scrittori di Montagna (GISM), hanno scelto una strada diversa, un modo di raccontare la montagna che si intreccia con la storia dell’uomo.

Le foto di Cicchetti sono un piano sequenza lungo un anno che comprende le quattro stagioni con tre strati: il paesaggio con le sue forme e luci, l’architettura, in particolare i paesi dolomitici che non hanno voce e, infine, la società nelle sue diverse sfaccettature. I testi di Bortoluzzi accompagnano questo lavoro raccontando le Dolomiti con sensibilità e meraviglia. Meraviglia che comprende, non solo la bellezza del paesaggio, ma la cura, e la fatica del vivere in montagna. Ma lasciamo la parola agli autori perché ci raccontino la loro esperienza:
A (Antonio)- Siamo uomini degli anni 60 e abbiamo avuto la fortuna di conoscere la storia dei nostri nonni. Abbiamo conosciuto mani che mostrano i segni di usura: i calli, le cicatrici, la pelle seccata, le unghie nere e spezzate che sono l’espressione di uno stare al mondo, di un’abitudine all’afferrare, al maneggiare, al torcere. La fatica è vista come elemento forgiante.

M (Manuel) – Sono nato a Milano, i miei orizzonti sono sempre stati verticali: i palazzi, gli spazi chiusi. Il mio divertimento era trovare le prospettive, le vie di fuga tra un palazzo e l’altro. Ecco perché nelle mie foto lavoro con le linee, le forme, i colori.

A- Le tue foto sono molto originali: hanno quasi sempre, in primo piano, un grande spazio aperto. Mi fa venire in mente lo sguardo di un bambino lontano dall’oggetto.

M- Quando lavoro mi devo stupire per raccontare delle storie, proprio come un bambino. Ho da sempre preferito il bianco e nero nelle mie foto, questa volta la richiesta era quella di usare il colore, per questo la mia paura più grande è stata quella di risultare banale. Le Dolomiti sono ordito, ma la trama sono le persone, le case, i fiori sui davanzali, i paesi abbandonati. Dove non compare l’uomo ci sono comunque le sue tracce.
Ho anche testimoniato un tipo di turismo trattato come nella commedia all’italiana graffiante: la fila davanti al gabinetto a 2000 metri, l’auto rossa parcheggiata in mezzo al prato dell’Alpe di Siusi, il cartello con la scritta “Selfie point”.

A- Manuel mi mandava le foto man mano e io ho cercato di capire il motivo per cui le Dolomiti sono un paesaggio tutelato. Negli anni 70 l’industrializzazione ha portato a uno spopolamento dei paesi di alta montagna, il paesaggio puntellato di coltivazioni e pascoli è quasi del tutto scomparso. Oggi rimangono solo i boschi, i colli, le vallette e i prati ripidi, resi belli allo sguardo dallo sfalcio assiduo. Il lavoro in montagna ci suggerisce un abitare figlio di ciò che è stato migliaia di anni fa, e sulle Dolomiti è ancora concesso. Bisogna far rivivere la montagna attraverso l’attitudine al lavoro che è cura dei nostri luoghi, ritornare a una fatica del fare.

M- Manca l’educazione alla montagna, una montagna che non riguarda solo l’uomo, ma che è patrimonio di natura e di bellezza. Quindi il primo passo è saperla proteggere e riscoprire, come dici tu, usare l’intelligenza del fare. Credo che sia la società civile a doversi muovere per prima perché le istituzioni politiche sembrano avere poco interesse al riguardo.

A – In questa fase storica la forza è resistere, ma io sono fiducioso, vedo dei segni di cambiamento che mi fanno sperare in un futuro meno incerto. La speranza risveglia, fa di noi stessi dei creditori del futuro.

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