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Do par la Curta, la strada più corta per Belluno

Un antico percorso tra Belluno e Castion conserva storie e memorie

Do par la Curta, la strada più corta per Belluno

Un antico percorso tra Belluno e Castion conserva storie e memorie

Se volete il miglior panorama possibile di Belluno, con una vista sul Duomo che par di toccarlo e la Gusela e il Serva che sembrano a portata di braccio, dovete camminare fino all’estremità nord del Castionese, in via Sanfor. O in cima alla Riva di Cina. O a Cadenà. O su La Frana. O do par la Curta. Con questi molti nomi, nel corso dei secoli, si è chiamata la vecchia strada che da Belluno portava a Castion attraversando il ponte sul Piave e arrampicandosi tra le case dietro l’albergo Al Ponte della Vittoria. Una strada che, ancora fino alla fine degli anni Sessanta, era bianca e completamente buia di notte, e che a metà percorrenza ha una chiesina minuscola dedicata alla Madonna delle Grazie con un portico che copre la strada a ristoro dei viandanti. Proprio in cima alla salita, dove la strada diventa per un breve tratto piana, abita la signora Giulia Finzi, che ci accompagna nel racconto di questo che non è un paese, né un piccolo borgo, ma un pezzo importantissimo di storia castionese.

Da tempo immemore c’è qui un passaggio pedonale, basti pensare che il toponimo attuale, Sanfor, è derivato dall’originale San Floriano, poi San Fior di epoca romana, quando con la cristianizzazione molte località sono state dedicate ai santi. Nel tempo, la salita è diventata Riva di Cina, dal nome dell’ostessa che lavorava giù vicino al Piave. Per tutti è sempre stata La Curta, cioè la strada più corta per andare a Belluno: ancora quando io ero giovane, di qui passavano contadine dalle contrade con ortaggi e uova fresche da vendere in Piazza Mazzini. Poi generazioni di lavoratori, di giorno e di notte, e di studenti. Quando tutti andavano a piedi e questa strada era trafficatissima.

La frana del 1882 e la Madonetta bianca

Molti però vi si riferiscono come do par la frana. Certo, precisamente dal 17 settembre 1882! In quei giorni il Piave era in piena furiosa, e vi si aggiunse un terremoto che scaraventò giù la casa padronale e le due case coloniche della Contessa Vergerio, appena qui sotto. Il cataclisma trascinò con sé la strada, le case di Riva di Cina, il ponte del quale possiamo vedere il moncone rimasto e, dall’altra parte, una casa con un negozio di alimentari. Da allora, da quella frana terribile e imprevista, la strada si chiamò La Frana. Un altro nome di questa strada è la Madonetta bianca che si riferisce all’edicola cinquecentesca giusto qui di fronte. Fu edificata nel XVI secolo da un sacerdote a ringraziamento, pare, per la fine della peste. Ha gli affreschi di San Domenico, Sant’Antonio e San Martino ai tre lati, ormai quasi illeggibili e la Madonnina bianca, appunto. Una statua in pietra bianca col bambino mutila dal naso. C’è una curiosa leggenda entrata ormai nei racconti popolari: pare che un nobile in preda ai fumi dell’alcol secoli addietro si fosse vantato della sua mira con degli amici e avesse troncato in un sol colpo il naso della Madonnina, indifesa e fragile come lo sono sempre le cose belle. Le ire celesti si manifestarono col nobile quando gli nacque un bimbo senza naso!

«Giulia, oggi che a piedi non ci va quasi più nessuno, non vi sentite un po’ isolati?». «In realtà noi ci sentiamo sia di Castion che di Borgo Piave. Abbiamo rapporti cordiali sia con i nostri vicini prossimi che con gli abitanti delle propaggini orientali di Col Cavalier e con quelli verso l’altipiano. Eppoi qui c’è sempre un gran via vai di ciclisti, corridori, persone a passeggio con il cane».

Certo, non si viene più per di qua per andare a Belluno ma la strada, che è rimasta quella di un tempo stretta, modesta, pittoresca, mantiene questo luogo nella sua unicità. Per quello che ha da raccontare, per quello che qui si può vedere, per la città di Belluno che ti accoglie come da nessun’altra parte. E per una custode silenziosa che queste storie le tramanda attingendo a fonti storiche e alla propria memoria: la signora Giulia Finzi, che da cinquant’anni abita in via Sanfor.

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