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Dizionario in bottiglia

Donna

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Donna

Al centro del Natale vi è una nascita. Un parto. Basterebbe questo a ricordare a credenti e non credenti la sacralità della figura femminile, una presenza terrena fondamentale, un’esistenza vitale. Non perché la donna sia destinata a partorire, ma perché essa è presente nella vita di ciascuno, in ogni accadimento, in ogni sentiero intrapreso, persino nella vita di colui che chiamano Figlio di Dio, ed è presente in quanto donna.

Se vivessimo in un mondo altro, non avrei bisogno di scrivere queste righe. Il Natale è solo uno spunto. Uno tra i tanti. Uno dei tanti esempi che mette in luce, nel vero senso della parola, l’importanza reale e concreta dell’essere femminile. Senza Maria, madre di Gesù, non si potrebbe parlare di Cristianesimo. È che molti se la immaginano lì, icona dentro ad un’icona, e non nella realtà. Si potrebbe immaginare una Maria, oggi? C’è da mettersi seduti per un po’, e riflettere in silenzio. Sogno da tempo un Presidente della Repubblica donna. Un Papa donna. Non si comprende perché una donna possa essere santa, e non possa essere Papa.
Se pensiamo che in Italia le donne han cominciato a votare solo nel secolo scorso, e sottolineo che da quella volta son passati poco meno di 80 anni, e a questo punto dovrebbero venirvi un po’ i brividi, ecco, bene si capisce come oggi siamo messi. Non tanto nelle alte sfere, in chi ha i poteri, anche politici. Io parlo di chi vive un po’ più in basso.

Sto parlando di quelle donne che hanno un lavoro vero. Che non vanno in televisione in quanto donne belle. Donne che hanno figli, e non la tata. Donne separate, single, vedove. Donne che si sentono domestiche, e d’altronde finché nei negozi di giocattoli venderanno l’asse da stiro e le cucine per le bambine, cos’altro potranno mai fare quando diventeranno grandi? Donne fidanzate o sposate perché da qualche parte, come si pensava un tempo secondo i concetti patriarcali, devi pur sistemarle.

E non ho voglia di parlare di emancipazione, pari diritti, pari opportunità, pari stipendi, otto marzo, e via dicendo. In questi ultimi anni molto è stato fatto su questi temi, soprattutto grazie alle donne stesse. Il discorso però è un altro. È un po’ come quelle abitudini che si hanno in vita e che è difficile disimparare, perché sembrano quasi far parte di noi.
È una forma di razzismo molto sottile. Come i grembiulini rosa e quelli azzurri a scuola. E poi c’è quell’antica idea, perché di fondo il concetto di matrimonio nasce così, che la donna sia di proprietà dell’uomo, del padre alla nascita, per poi passare al marito. Con tanto di dote come optional. Di fatto, se ti considero di mia proprietà, di te faccio quel che mi pare.

Questa pianta qua, malefica pianta, è molto difficile non solo da tagliare, ma da sradicare dai cuori di molte persone. Ancora oggi, dopo millenni di esistenza degli esseri umani. E ogni volta che una donna perde la vita a causa di uomini che non ci pensano due volte a far vedere alla vittima quanto sono superiori a lei, ecco che si ricomincia, ecco che il silenzio cala, come un grosso sipario. E non se ne può più di questo mondo anormale.

Non ci sono credenze che tengano, non si può più parlare di ignoranza, di violenza gratuita, di incapacità di intendere e di volere. Basta. È il principio che è sbagliato. È lo sguardo degli uomini che deve cambiare. Lo sguardo.

Ed è a questo punto che mi rivolgo a chi a Natale fa ancora il presepe. Quando mettete le statuine di Maria e Giuseppe osservatele bene. Entrambe hanno la stessa grandezza. Entrambe sono al centro della scena. E quel che più conta entrambe hanno lo stesso sguardo rivolto a un bambino. Pari dignità. Pari esistenza. Pari sacralità. Non è difficile. È umano.

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