Accendere un falò e mettersi in cerchio schiarisce le idee e rende più fluidi i pensieri. Il fuoco danza quando vuole illuminare e scaldare. Ed è il principio per cui ad un tratto si riesce a mettere a fuoco ciò che ci circonda, proprio come farebbe un fotografo. Mettere a fuoco. In questi tempi così oscuri abbiamo bisogno di imparare a mettere a fuoco. Soprattutto parole, azioni e immagini che ci arrivano quotidianamente anche da molto vicino. E ci riguardano tutti. Situazioni che hanno bisogno di essere messe a fuoco, oggi più che mai.
Guerra, pena di morte e omicidio rappresentano il fondo toccato dall’umanità. Uccidere un essere umano è eticamente e moralmente sbagliato. Non veniamo al mondo per uccidere, non abbiamo questo compito, questo destino. E lo sappiamo bene. Ma uomini e donne dello Stato, ministri della Repubblica, rappresentanti vari delle istituzioni, pur di far propaganda, riabilitano quotidianamente, attraverso dichiarazioni e interventi, sentimenti quali odio e rabbia, e azioni che spingono alla vendetta e alla violenza. Persone che sono da ritenersi pericolose, a cui non affiderei per cinque minuti i miei figli, figurarsi se gli darei una carica o qualsiasi altro ruolo che mi rappresenti. Persone che vorrebbero che ognuno di noi avesse un’arma in casa, per farsi giustizia da sé. Persone che rifiutano l’aborto e l’eutanasia, ma che sparerebbero a un vicino di casa. Persone che godono nel vederci divisi e litigiosi, e che accenderebbero un falò solo per appiccare un incendio, non certo per creare un momento di unione. Persone che gravitano intorno a un fascismo latente, da sempre presente in Italia, ma legato a una forma di ignoranza, più che a un’ideologia che, come la Storia insegna, non ha di certo funzionato.
Mettere a fuoco le parole della violenza
Quando questi individui parlano, la prima cosa che ho imparato a fare è quella di mettere a fuoco. Parlano alla pancia, perché ritengono che i propri estimatori non vadano oltre quella parte del proprio corpo. Portano la gente a pensare che sparare a una persona sia normale. Che non sia nulla di sbagliato. Uccidere qualcuno può essere un’azione non punibile. Dipende da chi hai ucciso, perché i morti possono essere di serie A, di serie B, anche di serie C. E soprattutto dipende anche da chi sei tu, che hai sparato.
Io credo che di fronte a un omicidio non ci sia nulla da dichiarare. La legge farà il suo corso. Di fatto rimane il colpevole, che dentro di sé porterà un segno indelebile per quanto fatto, e la vittima, che al di là di ogni errore commesso, rimane sotto ogni aspetto, un essere umano a cui è stata tolta la vita. Mettere a fuoco, questo occorre, mettere a fuoco. E vorrei che si facesse più luce su altre parole e azioni, quali perdono, pace, amore. Utopia? Probabilmente sì, ma non ho paura nello scrivere queste cose.
Il fuoco che unisce e non divide
È facile rendere il fuoco pericoloso, fare in modo che spaventi e non scaldi, è facile fare fuoco invece che mettere a fuoco. Ma sono stanco di sentire continuamente incitare alla violenza, facendo leva su un senso di giustizia creativa e casalinga, senza costruire nulla, senza avere in mente una minima idea di futuro condiviso, sicuro nel vero senso della parola, per tutti quei bambini che meritano di crescere almeno nella speranza. Violenza chiama violenza, e chi incita ad usarla merita di essere punito, ancor più se ricopre cariche istituzionali o invade i canali di informazione. Cominciamo veramente a mettere a fuoco su queste persone. Siamo al mondo non per eliminare l’altro, ma per cercare di incontrare l’altro secondo un’idea di pace e giustizia, che venga dal cuore, non dalla pancia come cercano di farci credere. E un falò che ci possa unire è difficile spegnerlo, una volta acceso.