Un letto caldo, qualcosa da mettere sotto i denti e due parole condivise. L’immagine di vecchie locande e rifugi ad alta quota accompagna da sempre i ricordi delle nostre genti. Sarà che un tempo lo spostarsi a piedi, il famoso “mettersi in cammino” era qualcosa di abbastanza normale. I valichi tra le montagne sono nati anche per quello, per permettere ai viaggiatori di passare dall’altra parte, così come i passi, i tornanti e i ponti sui corsi d’acqua.
Frontiere e confini, quelli sono un’invenzione moderna; un tempo i boschi e le valli erano terra di nessuno, e che splendore doveva essere passarci in mezzo. Certo, pericoli, imprevisti e disagi erano all’ordine del giorno per gli sventurati, ma non lo sono anche oggi per chi imbocca le autostrade o attraversa le aree d’imbarco per compiere un viaggio? Partenza e arrivo, andata e ritorno, d’accordo, a pensarci bene non sono altro che linee continue nello spazio e nel tempo, come nei film d’avventura di qualche anno fa, dove per far vedere sullo schermo che il protagonista stava compiendo un tragitto, ti mostravano una mappa su cui scorreva una linea, appunto retta e quasi infinita. Nel mezzo però che accade? Le soste, le pause, il ristoro.
Eccolo uno dei tanti segni che testimoniano la bontà dell’animo umano. Nessuno viene lasciato da solo, specialmente lungo il cammino, che sia anche quello della vita. Certo, ti accolgo in cambio magari di una moneta, ma sei ospite, se vuoi puoi fermarti qui. E riposare. Le osterie, i bar, le vecchie trattorie, sono luoghi in cui la sosta crea un’identità comunitaria. È in questi luoghi che, fermandomi e consumando semplicemente anche solo un caffè, permetto a me stesso di riposare, mi concedo un pasto ma lo faccio da ospite in un convivio che forse oggi si è andato perdendo, ma era un tempo il centro di un paese o di un’area geografica.
Il bar come luogo di accoglienza e senza tempo
Spesso entro nei bar e respiro l’aria di un luogo accogliente nel momento in cui i tavolini sono al centro di un incontro, in cui tutto si ferma, il resto lo lasciamo fuori. I bar sono luoghi senza tempo. Non siamo più viandanti, lo so, ma anche noi necessitiamo spesso di un po’ di riposo. I camionisti, i trasportatori, i rappresentanti, loro sì che conoscono ancora il senso dell’ospitalità. In certi locali si sentono a casa loro, come certi commensali che al ritorno dall’ufficio si appoggiano ai banconi per dieci minuti per una sorta di decantazione. Se vogliamo veramente godere dell’ospitalità ed imparare non solo a riceverla, ma soprattutto a donarla, ecco che dobbiamo riappropriarci di quel senso del riposo, della sosta, di cui ha diritto di godere ogni essere umano.
Sia chi viaggia per lavoro, sia chi viaggia per piacere, sia chi viaggia per scappare o perché non ce la fa a stare fermo. O semplicemente viaggia perché non ha altro scopo. Persino la Natura ha bisogno dell’inverno per dare un senso al suo passare. E non è forse d’inverno che molte persone cercano ospitalità per trovare un po’ di riposo, un fuoco acceso e un bicchiere sul tavolo? Nel deserto si cercano le oasi, ma a volte sono un miraggio; e allora facciamo in modo che non lo sia anche l’ospitalità in questi tempi in cui sembra quasi che le nostre case siano i veri deserti.