Se avessi la possibilità di disegnarmi la vita, userei di certo una matita. Ho sempre portato rispetto per questo oggetto di facile consumo, come lo definirebbero in certe scuole. La sua leggerezza, il suo odore, il fatto che si possa temperare e che quindi invecchia come te. A volte ne apprezzo anche il colore con cui la rivestono, senza contare che le sfumature delle matite colorate sono ormai decine.
Immaginate di poter disegnare la vostra vita usando la matita. In certi punti del foglio si può procedere con un tratto leggero, quasi invisibile; in altri spazi si può marcare un po’ di più, quando la vita necessita di un po’ di rabbia e voce alta, e lì la punta potrebbe rischiare anche di spezzarsi. Se la si sa usare bene, la matita sporca poco, mica come certe penne con l’inchiostro blu. E se per caso si dovesse commettere un errore, voilà, basta una gomma per poter riprendere da dove si era sbagliato. Magari fosse così. O forse a volte lo è anche così, ma ce ne accorgiamo poi.
Certi dipinti, certi capolavori del fumetto, certe sceneggiature per il cinema di animazione, sono nate grazie alla matita, A ripassare e a colorare il tratto ci si pensa poi, quando tutto sarà più definito. Ma l’idea del movimento, le sfumature dei volti, addirittura le parole pronunciate e i rumori, a tutto questo ci pensa la matita.
Ricordo mio nonno che ne aveva sempre una in tasca, di quelle rosse schiacciate, da muratore. La temperava con un temperino di quelli veri, con il coltellino, mica con quelli da astuccio scolastico. Sembrava non finisse mai quella matita, e scriveva ovunque. Un po’ come le matite in cabina elettorale, quelle che praticamente usi solo per farci una ics o per scrivere un cognome che hai sempre paura di ricordare male.
Ricordo i giorni precedenti all’inizio della scuola, si andava in cartoleria, aria di settembre e pantaloni ancora corti: si compravano le matite HB e 2H, che ancora oggi confonderei. E poi quelle colorate, i pastelli, tirati a lucido, che non avresti mai usato se non dopo il suono della prima campana il primo giorno. E chi non ha mai provato a infilarsi una matita dietro l’orecchio, come certi personaggi dei fumetti, come Archimede l’inventore.
Se potessi disegnarmi la vita, lo farei con una matita. Non so quante me ne servirebbero, spero ancora tante, visto che qualcuna devo verla consumata di già. Forse mi sarà anche capitato di spezzarne una, perché la matita si può anche rompere, come se fosse colpa sua se la prof ci ha rimproverato. Purtroppo non riesco a chiamarla lapis, matita mi è molto più famigliare. Matite sparse nei cassetti, matite infilate nei vasetti di vetro, matite finite sotto al banco o sotto al letto, matite usate per giocare a shanghai o per costruire un aereo. Matite spuntate, matite appuntite. Matite usate in una piazza di mare da un ritrattista che disegna veloce un giovane signora. Matite usate per la lista della spesa o per un appunto da scrivere in agenda. Matite per fare un disegno alla nonna, matite per esercitarsi nello scrivere il proprio nome. A voi tutti auguro di avere almeno una volta, tra le dita, una matita per disegnarvi la vita.