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Dizionario in Bottiglia

Bicicletta

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Bicicletta

La prima immagine della bicicletta che mi affiora alla memoria è una scena cinematografica: gli eterni don Camillo e Peppone di Guareschi, che, al termine di una delle immortali pellicole a loro dedicate, inforcano ognuno una bicicletta e, chi con la veste da parroco, chi indossando i panni di un sindaco di un tempo, fanno a gara a chi arriva prima in paese per una strada di campagna. Ecco. Se qualcuno mi domandasse qual è il modo giusto per andare in bicicletta, al di là che probabilmente non vi è un modo più adeguato di altri, io racconterei di quel momento fissato su pellicola.

Oggi esiste ancora la bicicletta? O esiste solo il ciclismo? Per usare il mitico “mezzo meccanico di trasporto su due ruote a pedali” sembra quasi che al giorno d’oggi si debba indossare prima di tutto un abbigliamento adeguato, con aggiunta di casco, occhiali, calzature idonee, e che per lo meno si percorrano alcuni km su ciclabile. Già, perché se un tempo per andare in bicicletta si preferivano le sterrate che attraversavano le campagne o i tornanti montani, oggi un po’ di ciclabile te la devi concedere. Asfalto prima di tutto, che le ruote poi si rischia di rovinarle. A meno che non ti sia dato al ciclo cross e alle discese montane, che poi incroci chi è in cammino sul sentiero e ti tocca frenare e procedere a passo d’uomo. Ecco perché l’immagine raccontata dalla penna di Guareschi oggi appare così nostalgica: pedalare indossando una veste? Un cappello da cittadino al posto del caschetto? Nessun cambio a rendere più agile la pedalata? Sellino basso? Strada e sassi che rendono più faticoso l’incidere delle ruote?

Non sia mai. La pratica del ciclismo improvvisato ha portato sicuramente a una maggior consapevolezza dell’uso della bicicletta, a una tecnica che sfiora la perfezione per quanto riguarda il mezzo stesso, a una pratica che non è più un passatempo ma è diventata sportiva in tutti i sensi. Io da par mio non potrò mai competere con i ciclisti di oggi, e un po’ li invidio.

A me è rimasta sulla pelle l’aria che si mescolava al sudore nelle discese libere lungo le strade di paese, a gambe aperte, bacino piegato in avanti e fronte libera dai capelli che un tempo avevo.
È rimasto nelle narici l’odore e il fastidio del polverone di certe frenate sulla ghiaia, le cadute che magari seguivano e le ginocchia sbucciate. E l’incontro con chi si recava semplicemente a comprare il pane e il giornale in bicicletta, e salutava con il cenno del capo, con i ragazzi che andavano a scuola in bici e si salutavano agli incroci, con chi pedalava senza mani non per guardare il telefono, ma perché aveva un gelato da gustare alla fine di un pomeriggio estivo. Andare in bicicletta non è solo ciclismo. Andare in bicicletta non è semplicemente un esercizio fisico per tenersi in forma. Non è fare un tot di chilometri al giorno o spostarsi solo se c’è una ciclabile. Andare in bicicletta è prima di tutto un gioco, che col diventare grandi diventa poesia e lentezza, anche in certe discese, quando per un attimo si fa ancora a chi arriva prima.

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