Ci sono frasi che, quando vengono pronunciate, sanno di casa. Cantilene che portano con sé una storia, un modo di stare al mondo. Perché è così che nasce il dialetto, nei cortili, nelle cucine, nei campi, tra chi aveva bisogno di capirsi in fretta e di raccontarsi senza filtri. È una lingua che non ha paura di “sporcarsi” perché serve a raccontare il quotidiano, a tramandare alle generazioni i detti dei nostri nonni, i proverbi meteorologici che ci rivelano l’acuto spirito di osservazione dei nostri avi e che ancor oggi costituiscono una banca di regole per prevedere che tempo farà e quando sarà l’ora giusta per la semina. È una mappa che narra storia, confini e migrazioni.
La ricerca SWG: dialetto ancora vivo ma meno usato
Di recente la società di indagini demoscopiche SWG, fondata a Trieste, ha condotto una ricerca sugli usi e la percezione dei dialetti in Italia, basata su un campione di 800 soggetti intervistati. Quello che ne emerge è che la maggioranza degli italiani lo parla nella propria zona, ma solo 1 su 3 lo utilizza regolarmente. Nel complesso i dialetti resistono come patrimonio identitario, ma sembrano perdere spazio nell’uso quotidiano. Ciò nonostante, tra i giovani sembra esserci un atteggiamento aperto. Non è raro, infatti, anche a cura di influencer e creator, vedere pubblicati dei contenuti social nella lingua locale, utilizzata per ironia ma anche per riconnettersi alle radici della nostra terra.
Il Veses e il dialetto della Valbelluna
Anche noi de “il Veses” vogliamo dar voce alle nostre montagne e ai ricordi dei nonni e quest’anno abbiamo scelto di farlo presentando il tema di copertina di ogni numero con l’eco delle nostre valli: proprio “al parlar de na olta”.
Dodici tematiche differenti introdotte da un titolo in dialetto per raccontare tradizioni, cultura e curiosità della Valbelluna.
E alora senteve comodi… avon da contarve ‘na storia…