Cittadina da un passato economico importante tra il 1500 e 1700, legato alla fluitazione del legname lungo il Cismon, Fonzaso eresse nel tempo ville nobiliari e palazzi di grande pregio artistico come Palazzo Comm. Bianco, Palazzo de Pantz, Palazzo Riera, Sarnthein (ora istituto dei canossiani), Villa Tonello, palazzo Zadra (ora municipio) e Palazzo Mengotti. Alcuni di questi palazzi negli anni 60 sono stati rimaneggiati ed hanno perso il loro aspetto originale, come palazzo Mengotti praticamente devastato per dare spazio a un istituto di credito, dove fino agli anni Trenta del secolo scorso risiedevano ancora i conti Mengotti.
Spesso le banche si elevano a nuovi mecenati, contribuendo spesso in maniera determinante a salvare o recuperare opere d’arte. Nel caso di palazzo Mengotti, l’istituto di credito protagonista di questa improvvida trasformazione, fa venire alla mente questo antico adagio: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, locuzione latina che, tradotta letteralmente, significa «quello che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini».
Scrive a riguardo lo storico dell’arte Mario Ursino in “About Art online” nell’agosto 2019: “La facciata è eretta in sobrio stile neoclassico con l’elegante balconata scandita da colonne sovrastate da un fregio ornamentale di girali in stucco culminanti in un oculo ovoidale; la facciata è ancora come si vede in un’incisione veneziana dell’Ottocento, tratta da un disegno del pittore Marco Moro (1817-1885); al di sotto del balcone, l’ampio ingresso che un tempo conduceva ad un monumentale scalone.
Il palazzo fu alienato dai proprietari nel corso del Novecento, in parte ad un istituto di credito, mentre un’altra ala era stata già venduta alla famiglia Zucco. Tale frazionamento ha provocato, non solo la scomparsa di una storica unità abitativa, ma purtroppo anche la distruzione negli anni Sessanta del secolo scorso del grande scalone semicircolare che si snodava lungo le pareti affrescate da un ottimo paesaggista veneto e fine incisore, Pietro Marchionetto (1761-1828), secondo Thieme-Becker, ad vocem, Leipzg 1930, p.70;
Una grave e inspiegabile manomissione compiuta negli anni Sessanta dall’istituto di credito, senza alcun controllo da parte della competente soprintendenza ai sensi della legge di tutela sul patrimonio storico artistico, pubblico e privato del 1° giugno 1939, n. 1089, al tempo obbligatoria in base alla normativa menzionata.
Fu fatta la denuncia, mi sono chiesto, di questi sconsiderati lavori, effettuati da un istituto di credito, per costruire due appartamenti di circa 300 mq. ciascuno al primo e al secondo piano dell’elegante residenza, sia pure sita, come alcune altre case nobiliari della città di Fonzaso, quasi ai confini dell’Italia nord orientale? Nulla sappiamo in proposito allo stato attuale, per mancanza di documentazione.
Poche sono le testimonianze fornite da alcuni alacri custodi delle memorie della comunità dell’antica Fondasium (dal latino Fons axium, ovvero fonte di legname, una delle maggiori attività mercantili del tempo passato). Mi è stato riferito che ancora oggi diversi solleciti sono stati inviati alle competenti soprintendenze del territorio per la salvaguardia delle decorazioni del Salone centrale, per fortuna ancora in discreto stato di conservazione, eseguite, a suo tempo, dal pittore veneto Pietro Pajetta (1845-1911).
È quindi assolutamente necessario che l’autorità dello Stato intervenga con un provvedimento di tutela che innanzitutto proibisca ulteriori manomissioni, e si provveda poi ad un adeguato restauro”.
In questo palazzo negli anni 50 visse anche la famiglia Battaglino, poi trasferitasi a Santa Giustina.