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Dai neutrini ai software

L’esperienza di Ilenia come fisica e sviluppatrice

Dai neutrini ai software

L’esperienza di Ilenia come fisica e sviluppatrice

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rima una riconosciuta esperienza in Francia nel campo della fisica, con conferenze a livello internazionale sullo studio dei neutrini (cosa sono? Leggete l’articolo per saperne di più!). Oggi una promettente carriera come sviluppatrice software in Germania. Abbiamo intervistato Ilenia Salvadori, classe 1990, originaria di Oregne di Sospirolo, per raccontare la storia di una giovane che, in poco tempo, ha ottenuto brillanti risultati, grazie ai suoi studi, ma ha anche deciso di conciliarli con l’amore per la sua famiglia: il marito Andrea e la piccola Sofia. Una storia che – ci auguriamo – possa servire da stimolo ad altri ragazzi che dovranno intraprendere scelte di studi per promettenti futuri successi lavorativi.

Com’è nata la tua passione per la fisica? Ho sempre avuto una predisposizione per le materie scientifiche. Ricordo che, quando ero agitata, mi sedevo alla scrivania e svolgevo espressioni. Mi rilassava vedere che alla fine si arrivava ad un risultato. Grazie poi ad un professore in gamba, mi sono appassionata ancora di più alla matematica e alla fisica, tanto che, a fine liceo, ho deciso che mi sarei iscritta a Matematica. 

Ho iniziato così il mio percorso universitario a Trento, ma i corsi di matematica del primo semestre si sono rivelati molto “astratti”. Quello di fisica, invece, comprendeva laboratori pratici, che mi avrebbero insegnato a vivere sul campo quello che studiavo sui libri. Così ho cambiato indirizzo, laureandomi alla triennale con una tesi in Fisica dei Materiali. Poi ho deciso di seguire il corso in Fisica Computazionale. Nonostante non ami il computer, mi sono resa conto delle innumerevoli cose che si possono fare con esso: dal riuscire a “simulare” un fenomeno fisico, all’analizzare dati per provare il tuo modello. Così, alla magistrale, mi sono iscritta a Fisica Teorica e Computazionale.

Com’è arrivata l’opportunità di andare all’estero?

La prima opportunità è arrivata all’università, a Valencia, con il progetto Erasmus. Non volevo fare domanda inizialmente, ma mia madre mi ripeteva: “Ma cosa pensi, di poter fare la fisica a Oregne?”. Non aveva tutti i torti! La seconda esperienza è arrivata con il dottorato. Sono incappata in un centro di ricerca a Marsiglia, che offriva un posto su un tema simile a quello della mia tesi magistrale. 

Di cosa ti sei occupata durante il dottorato?

Sono entrata a far parte della collaborazione Antares/KM3NeT. Questi i nomi di due telescopi, situati in fondo al mare, che cercano di rilevare il passaggio di un tipo di particelle chiamate neutrini. Attraverso il palmo di una mano passano circa mille miliardi di neutrini al secondo, ma nessuno se ne accorge, perché la loro probabilità di interazione con la materia è bassissima. Il “vantaggio” di questa bassa interazione è che i neutrini possono percorrere distanze grandissime senza venire deviati. 

Ciò li rende candidati ideali per lo studio di corpi celesti extragalattici e di fenomeni che li riguardano, come le onde gravitazionali. Durante i tre anni di dottorato, dunque, mi sono occupata di analizzare i dati di Antares, presentando poi i risultati della mia ricerca a conferenze internazionali, tra le quali la International CosmicRay Conference nel 2017, a Busan, in Corea del Sud, oltre che su importanti giornali scientifici. Sono stati tre anni molto ricchi a livello accademico e il lavoro in sé mi piaceva. Dico “lavoro” perché, a differenza che in Italia, dove il dottorato è ancora visto come un altro livello di studio, io lì avevo un vero e proprio contratto.

Come mai hai poi deciso di allontanarti dal mondo della ricerca?

Rimanere nella ricerca significa dover cambiare luogo ogni 2-3 anni, finché non trovi una posizione fissa. Io e mio marito, però, volevamo creare una famiglia in un posto che potevamo chiamare “casa”. Per questo, quando a lui è stato offerto un contratto all’Università di Jena in Germania, abbiamo preso la palla al balzo. Da qualche parte bisognava cominciare, e così è stato.

Di cosa ti occupi adesso?

Sono una sviluppatrice software e un’analizzatrice di dati. Nella ditta, operiamo in diversi settori, che vanno dal gestionale, ai trasporti, al finanziario e di recente abbiamo iniziato una collaborazione con la città di Jena per lo sviluppo in termini di Smart City. Il nostro è un “assisted development” (sviluppo assistito) nel senso che accompagniamo i clienti durante l’intero percorso di sviluppo. Io mi occupo di collaborare alle implementazioni vere e proprie dei software e di analisi e modellizzazione dati, anche con l’aiuto di tecniche di intelligenza artificiale.

Com’è vivere all’estero e che differenze riscontri rispetto all’Italia?

Non è facile. Quando siamo partiti per venire qui eravamo in due e, per quanto la famiglia e l’Italia ci mancassero, sapevamo di non essere comunque oltreoceano. Poi è arrivato il Covid, e sono passati tre anni prima che potessimo tornare in Italia. Ora siamo in tre, e un aiuto sarebbe più che apprezzato alle volte. D’altro canto mi dico, e a malincuore, che se fossimo rimasti in Italia, la nostra bambina non ci sarebbe probabilmente. Dubito che avremmo trovato lavoro subito e saremmo passati con un contratto a tempo indeterminato dopo soli quattro mesi. Pur non conoscendo la situazione in Italia riguardo gli aiuti alle famiglie, posso affermare che in Germania gli incentivi sono importanti. Il tempo libero e la famiglia sono sacri, basti pensare che, nel post maternità, sia i miei datori di lavoro che quelli di mio marito ci stanno dando la possibilità di lavorare da casa. Non è comunque tutto rose e fiori; ad esempio abbiamo faticato a trovare un appartamento. Più di una volta abbiamo avuto la sensazione di esser trattati diversamente perché non siamo tedeschi. 

Ilenia ci saluta con una consapevolezza: «Non tornerei indietro. La lontananza si sente, manca la famiglia, mancano le montagne, manca il buon cibo. Ma siamo stati fortunati a trovare una città che ci piace, un lavoro che ci gratifica ma che, allo stesso tempo, ci lascia del tempo per stare in famiglia».

Ora invitiamo altri giovani, nostri lettori, a raccontarci le proprie storie di studio e di impegno lavorativo in patria o all’estero. Scriveteci a info@ilveses.com

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