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Dai beni comuni alla proprietà privata

La diffusione degli usurpi nel XIX secolo

Dai beni comuni alla proprietà privata

La diffusione degli usurpi nel XIX secolo

Il nuovo libro di Daniele Gazzi, dal titolo “Dai beni comuni alla proprietà privata. La diffusione degli usurpi nel XIX secolo. Il caso di San Gregorio nelle Alpi” (Agorà editrice), rappresenta un importante contributo allo studio della montagna veneta nell’Ottocento, con un fermo immagine su San Gregorio. Innanzitutto perché è frutto di un particolare lavoro d’archivio (su un fascicolo proveniente dallo storico di San Gregorio intelligentemente sottratto al macero); in secondo luogo perché ha il pregio di spiegare e documentare le tappe, le ragioni e le dinamiche del processo di privatizzazione e di riconversione dei beni comuni esistenti nel territorio.

Il lavoro, che vanta una prefazione di Giacomo Bonan dell’Università di Torino, è arricchito da una sequela di mappe e documenti, da appunti e schizzi realizzati in fase di sopralluogo e di perizia, e da preziosi studi e approfondimenti della toponomastica locale. Tutti questi elementi definiscono e rinominano parti di un paesaggio rurale ora completamente perduto. Un territorio diventato irriconoscibile, anonimo, innominato – come ha suggerito l’editore Sandro Dalla Gasperina – che grazie a questa ricerca ritrova la sua pienezza di vita.

«Gli storici sono degli avventurieri della memoria», ha esordito il sociologo Diego Cason, presentando il volume. Il loro racconto è «roba di poco valore» fino a quando non uniscono i singoli pezzi e riescono a metterli insieme al contesto. In questo caso la verità storica si evidenzia e risulta comparabile, per somma o differenza, con episodi coevi reinterpretati e giustapposti.

Il terribile “diritto alla proprietà”, che è venuto affermandosi e continua a perpetrare disuguaglianze enormi, ha segnato il passaggio dall’epoca degli sfalci comuni, in cui l’erba era il “petrolio” del tempo, alla stagione dei piccoli proprietari terrieri, che i possidenti hanno via via lasciato in concessione (enfiteusi) ai villici quando ormai stavano perdendo il loro effettivo valore.

Dall’antica Regola di San Gregorio, documento storico del 1405, ripreso da un manoscritto del 1520 tuttora consultabile, fino al 1815, anno in cui fu ceduta l’ultima “sort”(concessione allo sfalcio annuale estratta a sorte), il testo ripercorre uno spaccato di storia rurale.

L’uso del bosco, del prato, del pascolo da parte dei cittadini residenti (i regolieri), gestito per quattrocento anni con regimi e istituti comuni, diventa nel XIX secolo proprietà privata dei singoli, che lo acquistano dalla collettività dopo essersene impossessati attraverso “gli usurpi”. Questo particolare fenomeno che accomunò sia nullatenenti che possidenti locali, soprattutto nei terreni posti ai margini dei confini della regola, fu in qualche modo favorito dai Rettori di Feltre (tra cui Giacomo Angaran, 1780/1781) che suggerirono alla Serenissima di non intervenire contro gli usurpi (determinati molto spesso da condizioni di necessità) per evitare sommosse popolari.

Alla fine fu proprio il Comune di San Gregorio con la sua “Mappa dei Monti” (1837) a censire e mettere in vendita tutte le “sort” che confluivano nella frequentata mulattiera (strada delle “musse”) che dal limitare dei boschi raggiungeva le creste di Palia. Le mutate situazioni economiche, l’instabilità della situazione politica e nuove tasse, resero poco sostenibile la sopravvivenza nelle magre “terre di mezzo” e spinsero i lavoratori, soprattutto i più poveri, ad emigrare.

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