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Curiosità dimenticate

Curiosità dimenticate

Sono di seguito descritti, molto brevemente, alcuni oggetti esposti al Museo di Seravella il cui uso è stato abbandonato da tempo. Sarà interessante e stimolante andare a scovarli rovistando con gli occhi nelle varie stanze.

Taiapàn

Nelle famiglie contadine era consuetudine fare il pane in casa in quantità tale da coprire il fabbisogno della famiglia per una o più settimane; esso veniva poi consumato un po’ alla volta fino alla panificazione successiva. Col passare del tempo diventava sempre più duro al punto che, per poter essere mangiato, doveva essere tagliato a fette. A tale scopo veniva utilizzato un apposito attrezzo chiamato taiapàn.

Il taiapàn è costituito da un tagliere di legno massello piuttosto spesso, di forma rettangolare, sul quale è incernierata, mediante un perno, una robusta lama col tagliente rivolto verso il basso, munita, sul capo opposto, di un manico di legno. La pagnotta veniva appoggiata e tenuta ferma con una mano sul piano del tagliere, mentre con l’altra si abbassava la lama che tagliava il pane.

Bala del cafè (del’ordo)

Un tempo il caffè era una bevanda piuttosto esclusiva che i contadini difficilmente potevano permettersi. Il principale surrogato del caffè era l’orzo, che un po’ tutte le famiglie coltivavano assieme ad altri cereali e che, come il caffè, per poter essere utilizzato, doveva essere tostato e quindi macinato. Per quanto riguarda la torrefazione domestica del caffè (o dell’orzo), l’attrezzo di uso più comune era la cosiddetta bala del cafè. Questa è costituita da una sorta di pinza dai lunghi manici che, al posto dei becchi, presenta due semisfere cave, uguali e simmetriche, le cui basi combaciano perfettamente in modo da chiudersi l’una sull’altra a formare un’unica sfera.
L’attrezzo, dal caratteristico colore nero derivante dall’uso, è completamente in metallo, in genere ferro o rame. I chicchi da tostare erano introdotti, in opportuna quantità, in una delle due semisfere che venivano poi chiuse e poste sopra la fiamma.

Trapano da restèi

Il restèl, com’è noto, è un attrezzo costituito da una stecca in legno rettilinea o leggermente arcuata, detta petenèra, fissata a un manico. Su essa sono praticati dei fori paralleli opportunamente distanziati fra i rispettivi assi e destinati all’inserimento dei dènt (rebbi). Per praticare i fori sulla petenèra, oltre alle solite trivéle o al tràpano a man, veniva usato un particolare e ingegnoso marchingegno che, sfruttando il sistema a lubecchio e rocchetto dei mulini ad acqua, consentiva di effettuare l’operazione in modo più rapido e preciso.

Màchina par semenàr

La màchina par semenàr è una rudimentale attrezzatura mediante la quale era possibile effettuare la semina di determinati semi con precisione e speditezza. Si tratta, nella sua forma elementare, di un dispositivo che assomiglia vagamente a una carriola ed è in grado di svolgere contemporaneamente tutte le funzioni di semina su un terreno preparato: tracciatura di un piccolo solco, deposizione dei semi a distanza predeterminata e costante, chiusura del solco con conseguente copertura degli stessi.

Osèl

Un tempo, per il trasporto manuale di modesti quantitativi di legna di piccolo calibro, i contadini si servivano di un particolare marchingegno chiamato osèl, forse per la sua vaga somiglianza a un uccello in volo. Si tratta di un dispositivo molto semplice e ingegnoso che permetteva di caricarsi sulle spalle un fastello di tronchetti di legna senza bisogno di legarli. Esso è costituito da una robusta forcella di legno sul cui incavo è fissato, a essa ortogonale, un travetto che per un terzo della sua lunghezza protrude anteriormente e per gli altri due terzi posteriormente. Un filo di ferro collega l’apice di ciascun braccio della forcella con l’estremità posteriore del travetto. La funzione dei due fili di ferro è duplice: una è quella di rinforzare la portata del travetto di base, facendo da tiranti, l’altra è quella di costituire una specie di sponda che, assieme alla forcella, mantiene unito il fascio di legna trasportato.

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