L’estate in cui vinsi il Tour de France

1° premio sez. Adulti Sospirolo tra Leggende e Misteri

L’estate in cui vinsi il Tour de France

1° premio sez. Adulti Sospirolo tra Leggende e Misteri

Oggi sono qui per ascoltare. Non lo potete sapere, ma una volta, tanto tempo fa, ho vinto il Tour de France. Mi sembra una cosa accaduta all’alba del mondo, un ricordo che tento di rimuovere, perché ancora adesso mi fa stare un po’ male. Da quel giorno lontano la vita mi ha aiutato a nascondere il senso di tradimento, sì di un inganno stiamo parlando, e con gli anni me ne sono fatto una ragione. L’ho messo in soffitta quel ricordo, superato da una quotidianità che tutto cancella. Ma oggi è tracimato dagli argini della mia memoria e mi è ripiombato addosso. Allora mi sono chiesto se quel giorno di metà luglio, invece di vincere il Tour de France me ne fossi andato all’appuntamento in riva al fiume… chissà se la mia vita avrebbe preso un’altra direzione. Non è andata così.

Stefano è disperso in giorni sconosciuti e per questo dico che forse per me è stata una fortuna, ma nessuno lo può affermare con certezza. Dobbiamo fare i conti soltanto con le cose accadute.

1963, la Storia racconta dell’uccisione di Kennedy ma dimentica che, a pochi passi dalle sponde del Piave, io vinsi il mio primo e unico Tour de France. Non credete alle cronache sportive che raccontano dell’ennesimo trionfo sulle strade di casa di un “certo” Jacques Anquetil. No, quell’anno il Tour lo vinse un ragazzetto triestino che trascorreva le vacanze presso la casa dei nonni materni in un paesino quasi dimenticato dalla geografia, lungo le sponde del fiume sacro alla Patria.

In quell’estate divorata dal tempo bastardo, il cielo sembrava imbrigliato da confini che la mia mente rifiutava. Oggi ha ripreso possesso della sua immensità e ci schiaccia, indifferente al nostro sentire. Noi lo guardiamo in modo distratto per vedere se piove o c’è il sole, ma in quel tempo aveva un’altra dimensione, una cupola di magia in cui i sogni rimbalzavano.

C’è stata un’epoca nella quale contavo le ore, pregavo perché i minuti scorressero alla velocità del suono e mi portassero via verso i cento giorni in attesa lungo le rive del Piave.
La mia estate perfetta, la noia transitoria dei compiti per le vacanze e la gioia sfrenata di giochi d’altri tempi. Ormai era il terzo anno dai nonni e mi ero fatto una discreta cerchia di amici che aspettavano l’arrivo dello “straniero”, prima con una certa diffidenza poi con la curiosità e la deferenza verso chi viene dalla città. Una banda di ragazzini che mio padre, da buon triestino, aveva certificato come la “muleria”. E in mezzo a loro lo studioso figlio di un direttore di banca lì si trasformava in un irriconoscibile selvaggio. Quante corse e quanta vita! Eravamo felici e inconsapevoli.
Una cartolina fissata con molletta da biancheria tra i raggi di una ruota e le nostre biciclette diventavano moto, quattro pali incrociati e un telo ed ecco la tenda di Toro Seduto mentre il paziente Piave si trasformava nel Rio Grande tra mucchi di fieno per gli agguati e fette di anguria per il riscatto. Soldatini di piombo, trottole, fionde e fischietti formavano un vero e proprio arsenale. C’era soltanto una legge non scritta da rispettare: tornare a casa prima che il sole volgesse al tramonto. Una legge di cui ci facevamo beffe costringendo madri e nonne a venire a stanarci per la cena con intenzioni bellicose. Una canzone il cui ritornello era sempre lo stesso. “Marcooo, vien su che xe tardi”. Quando alla fine rientravamo le ombre avevano già divorato la realtà. Stefano era il capo di una banda composta da una decina di ragazzini, perfetti gregari per un dodicenne che li sovrastava tutti di una spanna. Non so perché mi avesse preso in simpatia ma ero diventato il suo braccio destro e primo consigliere.

In mezzo a nomi cancellati dalla storia c’era anche, Matilde, per tutti Tilde, una ragazzetta magra, con capelli di stoppa e due laghi profondi al posto degli occhi. Oggi penso che eravamo un po’ tutti innamorati di quella piccola amazzone che odiava le bambole e preferiva la compagnia dei maschi alle sue coetanee. Ma non era nemmeno un sentimento così profondo e tantomeno il primo impulso sensuale ancora in divenire. No, non era questo. Per noi la Tilde, con il suo incedere leggero quasi a sovrastare le miserie umane, rappresentava il respiro della terra, la furia e la quiete degli elementi, una sorta di Eva in miniatura dallo sguardo malizioso e tentatore. Gli eventi di quei mesi di vacanza ne sarebbero stati la riprova.

Stefano possedeva una collezione di biglie con il volto dei campioni del ciclismo. Per distinguersi dai ragazzini dei paesi vicini che gareggiavano con piste di sabbia ispirandosi al Giro d’Italia, lui ogni anno organizzava il suo personale Tour de France. Una decina di giornate di gare con rigorosa conclusione il 14 luglio sui Campi Elisi in riva al Piave. Anche se il campionissimo era morto da tre anni, il mito di Fausto Coppi resisteva alla grande e la biglia col il suo volto malinconico era appannaggio del capobanda. Agli altri lasciava le briciole, a me, con un gesto magnanimo, aveva concesso quella di Bartali. Aveva bisogno di qualcuno che lo impegnasse per rendere più credibile la sua vittoria, mentre gli altri lo assecondavano più per ingraziarselo che per mera convinzione. Non aveva fatto i conti con la mia caparbietà, la stessa che mi ha portato ad essere un avvocato di successo. Il fatto è che, nel luglio del ’63, alla vigilia dell’ultima tappa il mio Bartali era a stretto contatto con il suo Coppi, mentre gli altri o si erano ritirati o avevano distacchi imbarazzanti in classifica.
Qui entra in gioco la Tilde, la quale non accettava di essere una semplice comparsa in quel gioco tutto al maschile. Ci prese da parte, con l’aria più innocente del suo repertorio e disse. “Chi di voi due rinuncia all’ultima tappa venga domani pomeriggio dietro l’ansa del Piave e io saprò come premiarlo”. Poi se ne andò lasciandoci entrambi imbarazzati e a bocca aperta. Ricordo quei momenti come avvolti in una nebbia. Stefano affermava che l’amicizia tra di noi era qualcosa di superiore e che il Tour si sarebbe concluso come era giusto, alla faccia della Tilde. Io mi limitavo ad annuire perché erano andato completamente nel pallone. Poi ci fu il momento del patto sacro. Giurai di essere presente e Stefano fece altrettanto.

Lo sto ancora aspettando. Quel giorno vinsi il mio primo e unico Tour de France, ma persi un amico. Quando ci rivedemmo si giustificò parlando di un improvviso impegno dei suoi, ma nemmeno lui credeva alle sue parole, e le voci di quello che era successo con la Tilde, dietro l’ansa del Piave, divennero la favola dell’estate. Da allora gli eventi precipitarono. Nello stesso autunno mio nonno morì, la nonna si trasferì in città e le mie avventure estive conobbero altre destinazioni. Negli anni sono tornato qui un paio di volte, quasi come un clandestino, quanto basta per sapere che Stefano la Tilde se l’è sposata, ma poi lei se ne è andata con un ricco allevatore della zona e a lui non è rimasto altro che emigrare in Germania.

Oggi sono qui per ascoltare. L’agente immobiliare se ne è appena andato via con il cartello “VENDESI” in mano e un’aria soddisfatta e sorpresa. Non riesce a capire come mai un avvocato di Trieste abbia appena acquistato un’abitazione fatiscente in un paesino dimenticato dalla geografia, sulla riva del Piave. Non sa che questo edificio che cade a pezzi è stato la casa dei miei nonni, non sa che da qui sta per ripartire la ricerca del mio tempo perduto. Sono a caccia di rumori, di odori, di sapori e di sensazioni, tutto quanto possa servire per riaccendere, anche soltanto per un momento, il ricordo di un’estate lontana. L’estate in cui vinsi il mio unico Tour de France, nella quale persi un amico e forse la mia prima occasione d’amore ma, rispettando un patto che per me sarebbe stato sacro per sempre, anche il tempo in cui cominciai a conoscere me stesso.

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