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Com’era bello il natale di un tempo

Com’era bello il natale di un tempo

In dicembre San Nicolò e la neve
Oggi i supermercati traboccano di panettoni, addobbi per l’albero di Natale e tanto altro materiale con accattivanti inviti agli acquisti natalizi. I bambini sono frastornati dalla pubblicità personificata da Babbo Natale. A farla da padrone, insomma, è il consumismo più spinto che si è appropriato di tutte le feste principali e ne ha inventate di nuove. Un tempo invece le feste erano poche e quindi molto più sentite. Spasmodica era l’attesa di San Nicolò, vissuta senza la concorrenza della Befana, Gesù Bambino e Babbo Natale. La sera del 5 dicembre i bambini andavano a letto presto, tutti elettrizzati dopo aver sentito suonare i campanelli dai servitori di San Nicolò che ne annunciavano l’arrivo. Prima però preparavano il fieno per l’asino e un bicchiere di vino per il Santo. Quando i marmocchi si erano addormentati, i genitori sistemavano, di solito sopra un tavolo, i doni. L’indomani era gran festa! Si era poveri e ci si contentava di poco: magari una bambola per le femminucce e una macchinina per i maschietti. Poi c’erano bagigi (noccioline americane), stracaganasse (castagne crude secche), scaròbole (carrube), fichi secchi, qualche caramella, sugheti (liquirizia) e bomboni per i piccoli: autentiche leccornie! E infine maglioni, sciarpe, calzettoni, berretti, guanti (di solito le manopole) di lana confezionati con tanta pazienza ai ferri, di nascosto, da nonne e ieie (prozie). Prima di San Nicolò qualche volta era già caduta la neve per la gioia di tutti i bambini e ragazzi che in gran numero prendevano d’assalto con slitte e ferioi (bassi slittini) i colli più vicini a casa. Gli inverni erano rigidi e, col freddo, comparivano ai piedi le fastidiose buganze (geloni) malgrado i calzettoni di lana e le galòfe ai piedi (calzature con suola di legno e tomaia in pelle).

Natale
Di solito per il 25 la neve c’era già, come recita il noto proverbio: A San Nicolò vegnarò se podarò, a Nadal no farò fal (ci sarò senz’altro, senza fallo). La sua presenza rendeva ancora più suggestiva quella festa. Non c’era l’attuale inquinamento luminoso in quanto i paesi erano sprovvisti di illuminazione pubblica e non c’era l’usanza di installare le luminarie natalizie. Regnava un silenzio assoluto; non c’erano in giro che rarissime auto e nessun camion. Molti emigranti tornavano per le feste natalizie dalla Svizzera e dal Belgio portando bastoni di gustosa cioccolata finissima. Festa grande era per tutti quei figlioli che finalmente potevano stare un po’ anche col papà. Nelle case i bambini preparavano con tanto entusiasmo il presepio rinnovandolo ogni anno. Costruivano le case, la capanna (o la grotta di tufo), il castello di re Erode, coi laghetti, le strade, i ruscelli. Se c’era la neve, o peggio ancora il terreno gelato, non era semplice procurarsi il muschio: bisognava scavare con le unghie, a mani nude, per non rovinarlo!

Le campane, col loro suono reso ovattato dalla neve, annunciavano le varie funzioni trasmettendo un senso di gioia nel silenzio della notte (a quei tempi nessuno avrebbe chiesto di silenziarle, come ora) e la chiesa illuminata era un punto di riferimento anche per chi doveva percorrere un bel po’ di strada. Arrivati in chiesa, ci attendeva il grande presepio allestito a destra della porta principale, nello spazio ora occupato dai due confessionali. Un drappeggio rosso racchiudeva le artistiche statue quasi di altezza naturale dai colori molto vivi.
Prestissimo, a notte fonda, veniva cantato il Matutin (le lodi del mattino), cui seguiva la prima Messa. Alla successiva arrivavano anche famiglie coi bambini: ad attenderli c’era una chiesa freddissima (allora non esisteva il riscaldamento), ma piena di gente che assisteva con grande devozione alla Messa. Uscita di chiesa, qualche famiglia si recava nel vicino albergo a bere qualcosa di caldo: un punc, una cioccolata o un brulé.

A mezzogiorno, prima del pranzo, i bambini mettevano sotto il piatto dei genitori la letterina di Natale con gli auguri e i buoni propositi (i più piccoli recitavano anche una poesia): era una sorpresa; veniva preparata a scuola o all’asilo. Un tempo si andava a fare gli auguri nelle case dei vicini e dei parenti che manifestavano il loro gradimento dando anche qualche soldino ai bambini e offrendo da bere agli adulti. Gli auguri si mandavano pure per posta (che funzionava) con le cartoline; ora invece si preferiscono i messaggini col cellulare fatti in serie e uguali per tutti.

La gente oggi continua ad essere preoccupata per la pandemia: quando ci libereremo da questo flagello, è probabile che il Natale torni ad essere un festa più ricca di quei valori presenti un tempo.

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