Io qui sono stata felice, e lo sono ancora. Difficilmente una persona potrebbe essere più chiara, diretta, efficace. Nel mio pellegrinare per il Castionese mai nessuno mi aveva accolto con una frase così. A pronunciarla, mentre mi versa il caffè in una cucina affacciata sulla skyline del Nevegal, è Nadia Nora, nata, cresciuta e rimasta a Col Belin, assieme al figlio Mirco Costa e alla sua famiglia. Il luogo sembra una terra incantata nel senso che è letteralmente in mezzo al Castionese, tra Faverga, Castion e Pagagnoi ma non si nota quasi, spostato com’è da via Nongole. Di qui non ci passi, e ci devi venire apposta salendo la collinetta lungo una stradina costeggiata di carpini.
Le origini della famiglia Nora
I Nora, originari di Dogna di Longarone, arrivarono a Col Belin nel 1924, di ritorno dall’America. «Fu il mio bisnonno Giovanni insieme al fratello – mi racconta Mirco – che acquistò la proprietà riportandone alla luce l’antico splendore, come si vede dall’affresco che affaccia in salotto».
I Nora, acquistando il fondo, diventarono piccoli proprietari terrieri. «Sappiamo che la tenuta era molto estesa, qui tutto intorno alla collina, con coltivazioni e alberi da frutto, 30 pecore, 20 mucche, mezzadri e, segno di distinzione, calesse e cavalli. I precedenti proprietari, una famiglia austriaca, costruirono la casa signorile che ancora vedi e la dotarono di un giardino all’italiana, con aiuole, fontane, statue e l’immancabile Sophora Japonica, meraviglioso albero ornamentale giunto nei giardini di mezza Europa con il colonialismo settecentesco».
La villa e i ricordi di Nadia
La villa, sorprendentemente dipinta a strisce gialle e viola, ha un timpano e finestre decorate. Indubbiamente l’antico splendore riluce tre le imposte chiuse.
Ricorda Nadia: «Dei tre figli del mio nonno, uno cadde nella campagna di Russia, uno nella guerra e l’altro tornò. Il mio papà era Mondo, tutti lo chiamavano così, e ha sempre lavorato la terra con passione. Io qui ho trascorso una giovinezza bellissima, in mezzo alla natura e agli animali, e non ho mai voluto andarmene. Mio figlio Mirco ha ereditato questo amore per il luogo, e ora anche i suoi bambini stanno crescendo felici in questo angolo di paradiso».
Col Belin, stazione sciistica dei castionesi
Negli anni 60, questo colle era la stazione sciistica dei castionesi, che venivano su a scaletta e poi giù fino in fondo. Non avevamo attrezzature né skilift ma molta neve e allegria. Mirco mi racconta la storia della sua famiglia con dovizia di particolari e molto orgoglio. In un mondo sempre più mobile e sradicato ha ben presente il valore straordinario di avere radici ben piantate in un luogo da quattro generazioni. Mantiene con cura documenti e foto di famiglia, e ha voluto che anche i suoi figli crescessero qui come lui: Riccardo e Lorenzo sono felici di vivere a Col Belin. Giocano liberi nel giardino, si arrampicano ancora sulla Sophora, vanno a scuola a Castion. «Certo bisogna portarli in macchina, almeno ancora per un po’, ma Castion è qui a due passi e riusciamo tranquillamente a gestirci».
Una storia che continua
I ragazzi sono la piantina giovane, piena di foglie e di germogli, di una storia che affonda le radici a Col Belin da quattro generazioni: il trisnonno Giovanni che aveva il calesse, il bisnonno Mondo che faceva il muratore, la nonna Nadia che qui è molto felice, il papà Mirco che cento anni dopo ha scelto ancora questo posto per sé e la sua famiglia.