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Che diletto il dialetto

Un prezioso volume presentato a Mel

Che diletto il dialetto

Un prezioso volume presentato a Mel
Che diletto il dialetto

Le parole costruiscono i pensieri: ha esordito così il presidente della Provincia Roberto Padrin in una sala dell’antica chiesa di San Pietro piena all’inverosimile. Si è trattato della presentazione del bel volume “Il nostro dialetto” realizzato, grazie a una gran molteplicità di collaboratori, dall’Università Adulti Anziani di Belluno sezione zumellese, alla presenza di un palco di autorità e di un attento pubblico.

Tutto parte da un dettagliato impegno coordinato da Ernesto Isotton che si definisce «vecchio maestro del lavoro più bello del mondo», ricordando di quando ricevette un libretto di 40 pagine dal noto professor Claudio Comel che lo esortò: «Tu dovresti, anziché impegnarti col teatro, ampliare questo studio» . Un compito non facile né privo di insidie, ma Ernesto accettò la sfida: «Ogni quindici giorni consegnavo un foglio agli anziani per consultare i vocaboli locali: ho trovato questo, ho trovato quello… e da 40 pagine siamo arrivati a 250!», ricorda.

Hanno lavorato a questa ricerca maestri, artigiani, contadini, cacciatori, e altri. Poi, man mano che la mole di dati si accumulava, diventando ingestibile, il valido geometra Giuseppe De Battisti si propose di collaborare fattivamente, dando un’importante svolta a quella affascinante storia fatta di parole, aneddoti, proverbi, modi di dire.

«“La mamma mi dice che son sempre sgalinata”, ad esempio, è la dimostrazione che il dialetto è spesso più espressivo e che si impara in casa perché è la lingua della famiglia. Non è proponibile come materia di scuola ma si può far capire il valore culturale, una ricchezza da insegnare ai nostri ragazzi»

La raccolta di dati si è costituita negli anni grazie alle testimonianze degli abitanti dei luoghi più storici: Pont de Maor, Montagna di Carve, Rive de Villa, e di tanti anziani, alcuni nati nel 1914, raccogliendo veri preziosi ricordi.

Il maestro Manolo Da Rolt, portando sul palco un simpatico coro di spettacolari bambine, ha precisato il valore del dialetto alla base dei testi dei canti popolari. «Sono le parole dell’infanzia. – ha precisato Emilio Isotton, presidente dell’Università Adulti Anziani di Belluno- Ripeterle ci porta al nostro passato identitario, conservarle significa salvare aspetti della nostra storia locale, non opposta o sconfitta dall’italiano, ma al suo fianco come strumento alternativo. Il dialetto, considerato fino a pochi decenni fa segno di modesta istruzione, appare ora un arricchimento ed un valore da preservare».

Claudio Comiotto , coordinatore della sezione zumellese, aggiunge: «Ho in animo per il futuro di proporre ancora alla sezione, al fianco delle lezioni istituzionali, altre opportunità di approfondimento della nostra cultura che affiancheranno naturalmente i consueti laboratori di informatica, lingue, canto corale, musica e arte».

Aggiunge poi Luigi Guglielmi «È facile trovare i tesori nei posti isolati. La prima cosa da fare è segnarsi le parole, è un lavoro importantissimo. Giovanni Battista Pellegrini suggeriva di fissare, prima che sparisca, anche l’accento che consente di identificare i luoghi. Importante quindi fissare i nomi delle località, i toponimi, che sono inestimabili identificazioni di territori. Questo libro mi ha colpito per il rigoroso metodo usato e finirà certamente negli scaffali delle università, anche perché gran parte del patrimonio di questi vocaboli è riferito all’agricoltura che oggi stiamo perdendo»

Gustosa la parte finale dell’opera con detti ed espressioni popolari : “er na testa che no la magna gnanka i sorth o i porthei, entro par na récia e fora par quell’altra, l’è na question de soramanego” … appunto, è una questione di valido impegno… impegno ben riposto.

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