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Cesiolini deportati

nei lager di Bolzano

Cesiolini deportati

nei lager di Bolzano

Ogni anno, a Porta Castaldi di Feltre, si svolge una cerimonia commemorativa alla presenza dei sindaci di Feltre, Lamon, Sovramonte e Cesiomaggiore, per ricordare il rastrellamento di Feltre, avvenuto all’alba del 3 ottobre 1944 ad opera dei tedeschi con la collaborazione del Podestà e fascisti locali (1): più di un migliaio di persone furono radunate nel cortile dell’ex Metallurgica Feltrina, fra essi il Vescovo G. Bortignon con vari sacerdoti e il comandante della Stazione dei Carabinieri di Feltre, Loris Musy (2). Molti alla fine vennero rilasciati, qualche centinaio avviati in Valsugana al lavoro forzato, tre furono impiccati il 5 ottobre a Porta Castaldi, fra cui Virgilio Castellan del Belvedere in Valle di Canzoi, e 114 rinchiusi nell’ex Cinema Italia (ora Officinema) nella notte fra il 3 ed il 4 e poi deportati al Lager di Bolzano dove arrivarono il 6 ottobre.
Il Lager ospitò più di 10 mila persone fra il 1944 e l’aprile 1945, accogliendo anche nomi noti come Mike Bongiorno, matr.2264, Pietro Caleffi, matr. 5303, l’industriale farmaceutico Roberto Lepetit, il prof. Egidio Meneghetti, matr.10368, poi Rettore dell’Università di Padova, Laura Conti, matr.3786, giornalista, scrittrice ed ecologista, che fu la prima ad occuparsi del disastro di Seveso (3), e Virgilio Ferrari, matr. 7632, futuro sindaco di Milano. Bolzano era considerato lager di smistamento e transito per i campi di sterminio in Germania, cui furono avviati circa 3.000 prigioneri.

Fin qui fatti noti ed ampiamente riportati e discussi in varie pubblicazioni. Noi vogliamo invece occuparci e ricordare le vicissitudini di tre cesiolini: il dottor Gino Meneghel (nomi di battaglia Civetta e poi Bene), Argentina De Bastiani (Zara) e Maria Sanvido (Sonia).

Gino Meneghel
Il dottor Gino Meneghel, nato il 19 settembre 1909 a S. Stino di Livenza (VE), diventò medico condotto a Cesiomaggiore poco prima della guerra e, proprio in tale veste, fu ostetrico, ad esempio per la travagliata nascita di Gino De Carli, “il Geometra” di Soranzen.

A seguito degli avvenimenti seguiti all’8 settembre 1943, Meneghel maturò delle convinzioni antifasciste, entrò in contatto con Oreste Gris di Menin (poi Comandante della Piazza di Feltre) e si unì ai partigiani della Brigata Gramsci sulle Vette, prima come medico, poi comandante del GAP, dove conobbe e collaborò con Momi (Luigi Doriguzzi di Feltre), esponente della Resistenza cattolica legata alla DC, in una formazione comunista.
In quel periodo la sua vita si intrecciò con quelle di Zara e Sonia, alcune delle staffette partigiane di Can, organizzate da Oreste, che ricorderà nel suo libro autobiografico “Carnematta” (4). In seguito, il 15 ottobre 1944 venne arrestato nel Trevigiano dai repubblichini e portato alla caserma “Tasso” di Belluno dove fu torturato dal Tenente Karl e dal collega Tribus con percosse, nerbate e scosse elettriche al capo. Tanto che dopo più di un mese, quando poté finalmente cambiarsi la biancheria, il compagno di cella, Silvano Dalla Rosa, che lo aiutò, esclamò amaramente: «Dottore non sapevo che lei fosse una zebra!» proprio per i segni delle battiture sul corpo. Successivamente venne portato alla “Zannettelli” di Feltre e incarcerato con altri, fra cui Santi Terzo, il maestro Aleotti, per 96 giorni in una cella, in cui unico loro conforto fu la preghiera, in attesa di essere interrogato da Willy Niedermayer, che concluse poi il verbale di interrogatorio il 17 febbraio e inviò “Menegel” (alla tedesca), al lager di Bolzano il 27. Qui, con la matricola 10119, fu destinato al blocco “celle di segregazione”.

Il 19 marzo fu portato al comando del Corpo d’Armata per essere interrogato dal maggiore Schiffer delle SS; riportato al Lager, venne liberato il 1° maggio 1945. Accompagnato a Feltre, ritrovò i vecchi amici e compagni, fra cui Oreste Gris, la Sonia e la Zara. Riprese servizio come medico condotto il 1° agosto 1945, abitando a Tussui, nella villa dei Conti Bellati.

Dal 1946 al 1976 fu poi primario dell’ospedale psichiatrico di Feltre e regalò a Gianni Faronato (1), allora impiegato dell’ospedale e anche lui ex internato al Lager di Bolzano, la tuta da internato che tuttora Gianni conserva; morì a Padova il 3 giugno 1979 ed è sepolto nel cimitero di Feltre.

Maria Caterina Sanvido
Maria Caterina Sanvido (Sonia), sorella di Guerrino Sanvido di Cullogne, nata a Cesio il 20 dicembre 1924, primogenita di una famiglia numerosa, ebbe la funzione di staffetta del CLN (5), in collegamento con le formazioni in montagna dal 2 settembre 1944, malgrado il padre cercasse di scoraggiarla. L’8 novembre 1944, mentre faceva colazione (polenta e latte) coi familiari recitando le preghiere del mattino, a Cullogne arrivò un grosso camion, carico di tedeschi, che fece fatica a fare manovra sulla piazzetta, mentre Maria veniva arrestata e portata alla caserma di via Tasso a Belluno per essere interrogata. Il 28 novembre Willy Niedermayer la fece trasferire alla “Zannettelli” di Feltre dove fu interrogata e torturata con bastonate e scosse elettriche dallo stesso Willy, dal fascista Primo Scarton, collaboratore delle SS, e da “Roccia”, partigiano passato alle SS, e rinchiusa poi in una gelida cella in isolamento, senza vitto.

L’8 dicembre Sonia venne trasferita al Lager di Bolzano con matricola 6813 e lì, dopo 20 giorni, la sua compagna Zara poté constatare sul suo corpo ancora i segni delle bastonate ricevute. Successivamente entrambe furono avviate al lavoro nella galleria del Virgolo, vicino a Bolzano: una galleria stradale entro cui era stata costruita la IMI, una fabbrica di cuscinetti a sfera. Alla fine di aprile fu liberata, tornò a casa a piedi, per la strada più “corta”: Ora, Cavalese, passo Rolle e Feltre!

Nel dopoguerra, dopo alcune stagioni a Moena per la fienagione, nel 1954 si recò a lavorare in Svizzera, precisamente presso le industrie elettromeccaniche Sultzer a Winthertur, col fratello Guerrino. Lì conobbe Loris Valtriani di Lerici, che era stato anche lui partigiano in Lunigiana ed aveva avuto la giovane sorella uccisa dai tedeschi nella strage di S. Terenzo Monti (MC): 159 vittime il 17 e 19 agosto 1944. Si sposarono nel 1956 e nel 1957 ebbero un figlio, Diego. Ritornarono in Italia, a Lerici, nel 1964 dove, col marito, Maria Caterina fu attiva nella locale sezione Anpi. È morta a La Spezia l’8 settembre 1980 ed è sepolta a Lerici.
Argentina De Bastiani
Argentina De Bastiani (Zara) nacque il 4 novembre 1927 dalla famiglia antifascista di Rodolfo De Bastiani di Can, che fra l’altro ospitò e nascose aviatori inglesi. Nel settembre 1944, a 16 anni, conobbe Bruno (Paride Brunetti), il comandante della Brigata Gramsci e diventò staffetta partigiana, tenendo i collegamenti fra la stessa e il GAP (3) .

A seguito di una delazione, l’1 novembre 1944 venne arrestata a Foen da Niedermayer e da “Roccia”, che la riconobbe, e portata alla “Zannettelli” di Feltre, dove subì due interrogatori con percosse. L’8 novembre fu deportata al Corpo d’Armata a Bolzano e dopo tre giorni, al Lager, dove fu immatricolata col n° 5944. Da ricordare che lo stesso giorno del suo arresto, Niedermayer perquisì la sua casa e mise al muro minacciando di fucilazione la madre, Maria De Bastiani, ed il fratello di 15 anni, Dante, che oggi vive a Limbiate (MB).

Nel Lager Zara fu picchiata duramente per non aver rivelato la fuga di una compagna e assieme ai detenuti, nel Natale del ’44, passò tre giorni in piedi e a digiuno sul piazzale, perché alcuni erano stati scoperti a scavare una via di fuga. Svolse vari lavori e per ultimo venne impiegata, come Sonia, alla fabbrica del Virgolo, da dove riuscì a fuggire il 22 aprile 1945 con l’aiuto dei partigiani feltrini.
Ritornò a casa, dove, col fratello, portava del cibo e il necessario per lavarsi ad alcuni soldati della Wermacht di Bolzano, prigionieri dei partigiani, che le chiesero: «Ma come, tu porti da mangiare a noi che ti abbiamo trattato male?», e lei rispose: «Sì, perché so cosa vuol dire essere prigionieri!» (5).

Dopo la guerra andò a lavorare nel Canton Glarona, in Svizzera, col fratello Dante. Lì conobbe il futuro marito, Alfonso Antonello (1927-2003), di S. Martino di Lupari, saldatore per le ferrovie, e insieme poi tornarono a Milano. Si sposarono a Cesiomaggiore il 3 gennaio 1953 e si trasferirono a Bovisio Masciago, dove lei andò a lavorare alla Snia di Varedo e come tappezziera a Bovisio Masciago; ebbero due figli: uno scomparso a 36 anni e una figlia vivente, Anita Marlis. Fu socia attiva dell’ANED e la prima donna iscritta alla Sezione ANPI di Bovisio Masciago, di cui fu socia attiva e presidentessa onoraria dal 2010. Morì il 12 ottobre 2011 a Bovisio ed è sepolta a Limbiate (6).

Delle sue interviste e delle sue lettere, rimane impressa questa frase, che sembra, purtroppo, molto attuale: “Forse non ne è valsa la pena del nostro sacrificio”.

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