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Carnevale – una festa ancestrale

Dagli antichi Greci alle maschere delle Dolomiti

Carnevale – una festa ancestrale

Dagli antichi Greci alle maschere delle Dolomiti

La parola Carnevale parrebbe derivare da “carnem levare” cioè togliere la carne. Carnevale, quindi, indicherebbe il periodo in cui ci si poteva “abbuffare” di cibo, mangiare a dismisura (probabilmente da qui il termine “grasso” alle giornate di giovedì e martedì) prima di iniziare il periodo di digiuno e astinenza, tipico della Quaresima. Il Carnevale si rifà alle feste antiche: da quelle greche per il Dio Dioniso (dio dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi) a quelle romane per Saturno.
I Saturnali, in particolare, erano caratterizzati dal “rovesciamento dell’ordine” (ad esempio uno schiavo poteva considerarsi un uomo libero e prendersi gioco del padrone). In quei giorni, tra gli schiavi veniva nominato un “princeps” detentore del Potere assoluto, che generalmente portava una maschera colorata e impersonava o Saturno o Plutone. Si credeva che queste divinità vagassero in Corteo per la Terra, durante il periodo invernale, in attesa di offerte e/o festeggiamenti da parte degli umani che volevano ingraziarsi gli dèi favorendo i raccolti estivi. Un periodo, il Carnevale, in cui “sopra e sotto” venivano in contatto, un momento di rinascita, di speranza nel futuro. Ecco, quindi, i punti chiave del Carnevale: spettacoli e feste, la maschera, il corteo o sfilata, lo scherzo, il trasgredire le regole e, non meno importante, il cibo!

CARNEVALI ARCAICI DELLE DOLOMITI
I personaggi dei Carnevali della montagna sono i più variegati. Quasi tutti i personaggi mascherati sono di tipo antropomorfo e rientrano nei due grandi gruppi dei “belli” e dei “brutti”. Tuttavia, i tipi più importanti sono le cosiddette maschere guida, che precedono tutte le altre. Spesso il nome delle maschere contiene il prefisso Mata (Matazin/cinch, Matoc, Matiel ecc), derivante dal latino mactus ovvero “folle”, “matto” (fuori dal normale). Potatrici dei simboli di autorità, della ricchezza e della bellezza, sono accompagnate da servitori e messaggeri (Laké, Ambasciatore), da personaggi eccentrici (Paiazi, Bufon, Giullari) ed anche da maschere di scorta che hanno il compito di tenere lontani gli astanti. Queste maschere degli arlekini, arlechign la cultura medioevale ce le consegna come redivivi: i “morti che tornano” al volgere delle stagioni, portatori di un messaggio di rinnovamento e di fertilità.

Le maschere guida che sporcano gli astanti con cenere o fuliggine, in un gioco di apparente divertimento, rappresentano, con i diavoli neri e le stesse “maschere brutte”, le presenze marginali ma non minori del corteo di questi spiriti ctonii (chthonios: sotterraneo) che ad ogni Carnevale se ne escono dal mondo sotterraneo.
Da un punto di vista sociologico i personaggi più importanti erano un tempo interpretati dai “coscritti”, cioè dai giovani ai quali era riconosciuto l’ingresso nel mondo degli adulti. La potenza della loro nuova condizione è peraltro ben rappresentata dalla maschera della “gnaga” o del “coscrit te ceston”, la vecchia che porta un coscritto nella gerla. Altre maschere sono i Ròllate di Sappada, coperti di pelliccia con le sonagliere ai fianchi. O le maschere “a pinza” come la capra, il cervo o l’orso.

LA CAZA SELVAREGA
La figura del Pagliaccio, derivante da quella del Giullare, è tra le più significative del Carnevale. Il richiamo diabolico del giullare è individuabile dalla foggia del cappello, che presenta delle corna caprine e lo scettro con il volto del diavolo.
La marcia notturna della schiera dei morti dannati, nota con il nome Familia Herlechini, nelle zone dolomitiche e predolomitiche bellunesi è narrata come racconto fantastico di Caza Selvarega, Caza de Prenot o Caza Beatrich. Al centro della narrazione ci sono le anime dei cacciatori che non hanno santificato le feste e per questo sono condannate a correre perennemente inseguite da feroci cani neri che le azzannano.

LA ZINGHENÉSTA (nella foto di copertina)
Nell’Alto Agordino, nella zona di Canale d’Agordo, si festeggia il Martedì Grasso la Zinghenésta, un particolare personaggio femminile auspicatore d’abbondanza, unico personaggio-guida al femminile dei Carnevali bellunesi. La Zinghenésta è il personaggio “diverso” del Carnevale locale. Questo cambiamento è accaduto probabilmente verso la metà dell’Ottocento causa del decadimento della tradizione locale o meglio per la volontà di modernizzarla, avendo perso il senso originale del rito. La Zinghenésta, riccamente e sfarzosamente vestita, accoglie la comitiva delle varie maschere sulla soglia della sua casa e le fa entrare, offrendo vino caldo. Le vesti della Zinghenésta sono: finissimo corsetto bianco che tiene chiusa la vita, sul quale si incrociano due strisce di stoffa ricamata; alla cintura pendono fazzoletti variopinti, dono degli ammiratori.

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