Riceviamo e pubblichiamo da un lettore, volontariamente anonimo, le vicende del papà che, a soli vent’anni, nel 1940 ha fatto il militare, è stato in Montenegro, e, a settembre 1943, fu prigioniero dei tedeschi. «È tornato a casa, dopo tanto patire, nell’agosto 1945. I suoi concittadini al ritorno lo ritenevano fortunato di essere stato fatto prigioniero, perché si era scampato l’occupazione tedesca, i partigiani e tutte le privazioni conseguenti. Un fortunato! Uno scampato! I prigionieri di guerra venivano visti come dei furbastri scampati alla guerra, quasi degli imboscati! Ecco, mi piacerebbe raccontare la storia di mio padre nell’anonimato, come la storia di centinaia di migliaia di giovani mandati a fare la guerra impreparati, mal organizzati e poi lasciati allo sbando dopo l’8 settembre 1943». Quello che leggete, è una ricostruzione sulla base dei racconti.
“Cara mamma mi è arrivata la cartolina, parto per la naja, mi hanno destinato alla caserma di Treviso per fare l’addestramento”.
“Cara mamma, speravo di tornare a casa in licenza invece dopo un viaggio di tre giorni mi hanno sbattuto a Palermo, non è che si stia male ma mi sembra di essere in Africa. Mi hanno fatto attendente di un maggiore. Devo vestirmi con la giacca bianca e fare il cameriere alla mensa ufficiali. Alla sera vado in libera uscita per le vie di Palermo e mi sono fatto amico di un ciabattino del luogo, a dir la verità faccio un po’ fatica a capirlo, specialmente quando parla velocemente, e poi tra di loro. I loro bambini non hanno neanche uno straccio di vestito, insomma proprio miseria! Ogni tanto usciamo a fare addestramento a Corleone o a Santa Margherita di Belice, allora devo fare il cuoco nella cucina da campo, usiamo dei marmittoni ricavati da fusti della benzina e si mangia nella gavetta. Nel tempo libero facciamo delle rappresentazioni teatrali ed anche dei concerti, ma il più delle volte balliamo il valzer tra di noi, perché donne non ce ne sono. Ed anche quando usciamo alla sera non riusciamo a fare amicizia con le donne del paese, quando cala il sole si rintanano in casa e non c’è verso di farle uscire”
“Luglio 1943, le cose si fanno serie, partiamo per il Montenegro, anche per noi è guerra! Partiamo da Bari in nave, dopo un viaggio in treno di due giorni, e sbarchiamo a Cattaro. Che paura in nave, sempre con la preoccupazione che gli inglesi ci mandino un siluro o ci mitraglino con gli aerei. Come Dio vuole, sbarchiamo con il buio della notte, e subito in marcia verso il nord del Montenegro. Ho ancora il ricordo delle Bocche di Cattaro, un fiordo che si incunea tra le montagne! Siamo di guardia ad una polveriera e preoccupati per i partigiani che sappiamo essere nei dintorni”.
“8 settembre, la guerra è finita, ed ora cosa facciamo? Siamo completamente allo sbando, gli ufficiali superiori sono spariti, il sottotenente non riesce a mettersi in contatto con il comando. E passano i giorni nella più grande incertezza. Dopo una settimana, arriva una camionetta tedesca armata di tutto punto, scende un ufficiale che ci fa capire a gesti e in tedesco che saremo rimpatriati, ci comandano di consegnare le armi, e noi come scemi, felici che la guerra sia finita, e che si torna a casa, consegniamo tutto: armi, giberne, equipaggiamento, tutto! Ci fanno segno di seguirli e noi a piedi ci incamminiamo.
Due giorni abbiamo camminato senza mangiare e bere, siamo arrivati ad una stazione ferroviaria, siamo saliti su un carro merci scoperto, ci hanno consegnato mezza pagnotta di pane e un po’ di acqua. Su ogni vagone è salita una guardia tedesca armata. Ma chi ha voglia di scappare in quelle condizioni e con la paura dei partigiani là fuori!
Ma dove ci stanno portando? Sono giorni che viaggiamo, affamati, intontiti, smarriti. Passiamo per Lubiana, siamo vicini al confine con l’Italia, ma il treno tira dritto. Non si arriva mai! Poi ci accorgiamo che siamo in Germania, ma dove ci portano? Arriviamo ad un campo tutto recintato di filo spinato e con le mitragliatrici sulle torrette.
Ahi, siamo prigionieri! Ma siamo spossati dal lungo viaggio, abbiamo bisogno di dormire e riposare. Ci danno finalmente una gavetta di brodaglia calda, siamo a fine settembre e comincia a fare freddo. Ma dove dormiremo? Cosa faremo qui? No, questo è solo un campo di smistamento, non sappiamo neanche dove siamo, in mezzo a una foresta, sperduti nel nulla”
“Dopo qualche giorno, si riparte, ancora in treno ancora su un carro merci, e avanti all’infinito. Su verso il nord, almeno così sembra, e poi freddo. Arriviamo dalle parti di Colonia, altro campo con filo spinato. Ci chiedono se vogliamo collaborare, ma la maggior parte di noi non ne vuole più sapere di tedeschi e di fascisti. E allora: Arbeiten!
Adunata al mattino che è ancora buio, sull’attenti, guai a muoversi, e poi camminare per squadre, si entra nelle miniere di carbone. Non si starebbe male nelle miniere, c’è una temperatura accettabile e non c’è vento, ma è tanto umido. Ad un certo punto mi sono accorto che tanti miei compagni si ammalavano di diarrea e presto morivano. Ho deciso di passare nelle squadre esterne, dove nessuno vuole stare per il freddo, ma almeno non ci si ammala. Nella mia squadra c’è un compaesano, anzi un vicino di casa, si chiama Pasquale, è più vecchio di me, ha lasciato a casa la moglie e tre figli piccoli, non ce la fa più, denutrito, ammalato, muore tra le mie braccia.Arbeiten, raus, schnell, se ti attardi un attimo manganellate sulla schiena, e poi fame, tanta fame, freddo”
“Verso la fine della guerra nei primi mesi del ‘45 ci spostano a Jena, scaviamo rifugi, caverne dove nascondono aerei, cannoni, munizioni. E la fame che rode le budella! Di notte scappavamo dal campo e, rischiando la fucilazione, andavamo a rubare le patate seminate nei campi dai contadini e così sporche di terra e crude le divoravamo.
Una mattina di aprile ci accorgiamo che non ci sono più le guardie nelle torrette, guardiamo incuriositi, sentiamo in lontananza colpi di cannone. Nel pomeriggio arriva un carro armato, ha la stella bianca sulla fiancata, ma sono americani! Evviva, la liberazione! Increduli ci avviciniamo timorosi, i carristi ci donano il loro cibo, e tutti ci accalchiamo attorno al carro armato e finalmente esplode la gioia della libertà”
“Passano alcuni giorni tranquilli, siamo rifocillati dai militari americani, gironzoliamo per le campagne intorno, senza sapere cosa ne sarà di noi. Dopo qualche giorno, gli americani spariscono e arrivano i russi, ci ignorano, dobbiamo arrangiarci con il cibo. Anche i soldati russi sono piuttosto malconci, scarpe rotte, vestiti sbrindellati, ma sono i vincitori. La vodka non manca mai, e anche loro festeggiano con canti e balli e grandi sbornie.
Arrivano finalmente le istruzioni per la partenza, inquadrati in squadre saliamo sui treni, ancora merci, ancora scoperti, ma ormai siamo a maggio e la temperatura è più mite. Sarà un viaggio lungo, mesi!
Giugno, luglio, attraversando la Cecoslovacchia e l’Austria. Brennero finalmente! Siamo in Italia.
Ci portano in un paesino vicino Verona: Pescantina. Per qualche settimana siamo alloggiati in una caserma, siamo spidocchiati, disinfettati, ripuliti, rivestiti e nutriti. Ah, che mangiate! Pesavo a fine guerra 45 kg, ora sono arrivato a 60. Ho cambiato aspetto. Finalmente ci danno il congedo, si parte! Un po’ a piedi un po’ sopra qualche camion di passaggio, mi avvicino al paesello. Chissà cosa troverò, e mamma e papà come staranno? Che sorpresa gli farò!
24 agosto, giorno di S. Bartolomeo di notte arrivo e busso alla porta di casa!”.