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Capitan Uncino

A 40 anni dall’apertura un pensiero per Andrea Marzemin

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A 40 anni dall’apertura un pensiero per Andrea Marzemin

Incredibile come passi il tempo, sembra ieri che con il mio Maggiolino grigio ci si inerpicava sino alla chiesetta di San Felice per risparmiarci una decina di minuti di cammino; era la primavera di quarant’anni fa e la nostra meta era la Parete di Valscura. Le dritte ci arrivavano come sempre da Diego Dalla Rosa; allora sulla parete, una delle più sane e compatte delle Dolomiti Bellunesi, c’erano solo due vie: una a sinistra di Manolo e Diego e una sullo spigolo sud di Frare, Gatto e De Menech, aperta parecchi anni prima; la nostra idea era quella di superare direttamente il settore centrale allora vergine. Già da un po’ di tempo Andrea Marzemin teneva appesa in camera una grande foto in bianco e nero, sempre di Diego, dove la logica del tracciato era già grossomodo decisa, anche se le incognite erano comunque tante.

Avevamo già al nostro attivo parecchie salite, ma forse le idee ancora un po’ confuse. Non avevamo ancora fatto la svolta etica, rifiutando di forare la roccia, e allora si accettava ancora il chiodo a pressione, naturalmente solo per i casi disperati. Quella volta ne usammo quattro e fu un patimento piantarli. Andrea fece un gran volo, perché temeva, rinviandoli, che si togliessero non essendo infissi fino in fondo, perciò non ne passò nemmeno uno e saltò nel vuoto per parecchi metri quando il piccolo gancio sul quale era appeso cedette; cose dell’altro mondo. La notte la passammo fra fulmini e temporali seduti su un masso incastrato, con l’ossessione di quello che ci stava sopra la testa.

Il giorno dopo dagli strapiombi, che avrebbero dovuto riparare il nostro sonno, colava acqua ovunque e la fessura sotto il tetto, che doveva essere la via d’uscita in libera, era piena di fango. Non fu facile andarcene da lì, ma nel primo pomeriggio di quel nuovo giorno un fugace raggio di sole ci colpì: eravamo finalmente sulla cresta della Cima di Valscura ed eravamo felici. Avevamo aperto una via veramente bella e diretta, su roccia stupefacente e in un ambiente selvaggio. Il fatto che la ripetessero o no non era per noi un problema, ora comunque mi fa piacere sentire che qualcuno ogni tanto ci mette le mani e che sulla parete adesso esistono altri tracciati altrettanto interessanti e di stampo più moderno.

Da allora tantissime vie e luoghi, persone ed amicizie, ma il ricordo vivo di quegli anni, di quel rapporto profondo che l’arrampicata crea, così coinvolgente e totalizzante, della passione, del rischio, della fatica, dei progetti e delle speranze che allora condivisi con Andrea rimane inciso nella mente e nel cuore. A differenza di noi di pianura, Andrea cominciò dalla gavetta approdando al grande alpinismo dopo un’infinità di vie classiche, sulle quali s’era creato un bagaglio d’esperienza alpina enorme. Ma il suo punto forte e la sua grande passione erano le vie nuove; quasi tutte di ottimo livello tecnico e non prive di un carattere moderno, ma nello stesso tempo localizzate su pareti fra le più sperdute e selvagge delle Dolomiti Feltrine e Bellunesi.

Andrea è stato sicuramente un alpinista di pregio degli anni 80. Dopo i campioni degli anni 70 incarnati da Manolo, Dalla Rosa, De Bortoli e la loro banda, l’uomo di punta feltrino in quegli anni, che lo si voglia ammettere o no è stato Andrea Marzemin. Anello di congiunzione fra le vecchie generazioni e i nuovi arrampicatori come Aldo De Zordi, Oldino De Paoli e Pier Verri, quest’ultimo alla stregua del grande Manolo. Purtroppo il suo carattere ingiustificatamente, dico ingiustificatamente in quanto aveva tutte le carte in regola per parlare, scrivere e comunicare, schivo e troppo riservato ha portato all’oblio le sue imprese e la sua figura. In quasi 10 anni di attività, a volte con una cadenza quasi maniacale, il Marze, come lo chiamavamo noi, ha salito centinaia di vie su roccia e ghiaccio su tutto l’arco alpino.

La sua scomparsa, prematura ed assurda, avvenuta nel 1999, colse tutti di sorpresa.
Andrea era un amico che per niente al mondo si sarebbe slegato dalla mia corda.

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